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    Rapporto ERISPES 2010

    L’Italia tra memoria, conflitto e progetto

    «Lo scorso anno – dichiara il Presidente dell’Eurispes, Prof. Gian Maria Fara – fummo i soli a sostenere che la crisi finanziaria non avrebbe inferto colpi irreparabili all’economia italiana e che sarebbe stata di breve durata. Così, mentre molti economisti prevedevano sventure, noi vedevamo possibile una sia pur lieve ripresa già a partire dalla fine del 2009. I fatti dimostrano che le nostre analisi erano corrette e libere da pregiudizi politici.

    Bastava voler guardare la realtà delle cose per capire che le peculiarità strutturali del nostro sistema finanziario ed economico, nel bene e nel male, ci avrebbero tenuto ai margini della tempesta che si stava abbattendo sugli Stati Uniti, sul Regno Unito e su una parte dell’Europa.

    Il risparmio e la forte capitalizzazione delle famiglie, la tradizionale riluttanza delle banche alla erogazione del credito, un sistema bancario composto anche, e per fortuna, da piccoli istituti fortemente legati al territorio e poco avvezzo alla proiezione internazionale, un sommerso che il nostro Istituto valuta in circa il 35% del Pil ufficiale, e tanto altro ancora, hanno svolto, come noi stimavamo, la funzione di ammortizzatore della crisi. Naturalmente – prosegue il Presidente dell’Eurispes – eravamo consapevoli che il nostro sistema avrebbe subìto comunque dei danni giacché nel tempo della finanza globale il default di pezzi interi del sistema finanziario anglo-americano non poteva non produrre ricadute anche nel nostro Paese. La più grave è stata probabilmente la stretta creditizia attuata da molte banche con la conseguente chiusura di numerose piccole imprese e attività professionali e commerciali e con la perdita di un consistente numero di posti di lavoro.

    Noi avvertivamo però il rischio che l’attenzione del Paese potesse essere distolta, con la paura di un crollo dell’economia, dalle vere cause del malessere italiano e perciò fosse ulteriormente prorogata la cosiddetta fase di transizione nella quale la Repubblica è impantanata da quasi vent’anni.

    È infatti questo il tempo che è trascorso dal crollo della Prima Repubblica ad oggi. È un tempo insopportabilmente lungo giacché adesso i ragazzi che avevano venti anni sono diventati quarantenni e magari sono anche precari, mentre chi allora aveva quarant’anni è ormai sulla soglia della pensione.

    Nel frattempo – prosegue il Presidente dell’Eurispes –, è diventato chiaro che il modello di sviluppo elaborato dalla classe dirigente nel dopoguerra si era praticamente esaurito dopo aver trasformato un paese agricolo in una delle prime dieci potenze economiche. Quel modello era basato su un diffuso reticolo di imprese manifatturiere che trasformavano materie prime importate. Un compito che oggi assolvono, nel quadro di una economia globalizzata, giganti come la Cina e l’India a costi molto più bassi.

    La fine di quel modello di sviluppo coincise con la fine di una classe dirigente che, con poche eccezioni, non aveva saputo comprendere, interpretare e governare i cambiamenti.

    Il fatto è che da allora l’Italia è una sorta di cantiere aperto che non si riesce a chiudere perché nessuno ha le idee chiare su che cosa si deve costruire.

    Un cantiere popolato da una moltitudine di litigiosi aspiranti architetti che non riescono a mettersi d’accordo perché, in definitiva, non hanno nessun vero interesse a che i lavori partano e si concludano. Questi infatti sono i figli e i padroni della transizione infinita interessati, più che alla prospettiva, al mantenimento dello statu quo. Il rischio è che, come nella legge del pendolo, si passi dal pessimismo cupo dei primi mesi del 2009 ad una sconsiderata e superficiale euforia da scampato pericolo. Occorre invece far tesoro del vantaggio, anche immeritato, che ci è stato concesso dal non essere stati travolti, come si temeva, dalla crisi per ragionare sul vero stato del Paese, elaborare un censimento dei bisogni e delle possibilità e lavorare senza sosta per chiudere la transizione. Soprattutto considerando che mantenere il cantiere aperto comporta un costo altissimo per la nostra economia ed un rischio per la tenuta stessa della democrazia.

    Non abbiamo timore di essere accusati di eccessivo allarmismo, ma dal nostro osservatorio cogliamo segnali preoccupanti di disagio, di distacco, quando non di ostilità nei confronti delle Istituzioni che aspiranti capipopolo vorrebbero cavalcare.

    Ma, intanto – conclude Fara – proprio la mancanza di un progetto segna pesantemente il presente, mortifica le attese degli italiani e impedisce di immaginare e costruire il futuro».

    Proprio per segnalare la mancanza di un progetto, il Prof. Fara denuncia il fatto che il Ministero per i Beni e le Attività Culturali ogni anno non riesca a spendere circa la metà della propria dotazione, come emerge dai dati contenuti nel Rapporto di quest’anno: «Da più parti si segnala l’assenza di risorse adeguate per la ricostruzione del centro storico de L’Aquila. Che cosa aspetta il Ministero ad utilizzare lo strumento giuridicamente previsto della rimodulazione della spesa e a destinare una percentuale anche minima (5%-10%) alla ricostruzione della città? In una logica di proiezione triennale si renderebbero disponibili tra i 70 e 150 milioni di euro che darebbero un forte stimolo alla ripresa economica e sociale.

    Tutto ciò crea una distanza e una frattura tra la politica e il Paese reale. A testimonianza di questo distacco, i dati emersi dalla rilevazione del grado di fiducia nelle Istituzioni ha evidenziato una tenuta delle Istituzioni di garanzia, come quella del Presidente della Repubblica, della magistratura e delle Forze dell’ordine, e una marcata distanza tra i cittadini i partiti e il sindacato».

    Queste, alcune delle indicazioni che emergono dal Rapporto Italia 2010. Il Rapporto, alla sua 22a edizione, è stato costruito, per scelta metodologica, attorno a sei dicotomie, illustrate attraverso altrettanti saggi accompagnati da sessanta schede fenomenologiche. Vengono affrontati quindi, attraverso una lettura duale della realtà, temi che l’Istituto ritiene rappresentativi, anche se non esaustivi, della attualità politica, economica e sociale del nostro Paese.

    Le dicotomie tematiche individuate per il Rapporto Italia 2010 sono: Crescita/Declino • Pubblico/Privato • Inclusione/Esclusione •  Rischio/Sicurezza • Tradizione/Tendenza • Spirito/Materia

    L’indagine condotta quest’anno ha toccato le tematiche e i fenomeni correlati a ciascuna delle sezioni che compongono il Rapporto i quali hanno stimolato nel corso degli ultimi mesi, e non solo, il dibattito e l’interesse dell’opinione pubblica. In particolare, hanno partecipato e contribuito a delineare il quadro degli orientamenti presenti nella compagine della nostra società ben 1.191 cittadini che tra il 21 dicembre 2009 e l’11 gennaio 2010 hanno dato risposta alle domande dei ricercatori dell’Eurispes presenti su tutto il territorio.

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    POTENZA - Quello in cui vogliono stare e concorrere «è un centrosinistra forte, con programmi forti e chiari». Lo ripetono più volte, con sfumature diverse, nel corso dell’assemblea regionale con cui l’Idv lucana si avvicina al congresso nazionale (a Roma, il 5 febbraio). E ieri, al Park Hotel di Potenza, la conferma che dalla Basilicata i delegati sosterranno una sola mozione, quella del leader Antonio Di Pietro (al tavolo della presidenza, presenti anche i due coordinatori provinciali, Laguardia per Potenza e Faraone per Matera, e la consigliera regionale Rosa Mastrosimone. Era presente il deputato Antonio Palagiano che ha presentato nel dettaglio la mozione).

    Con attenzione al Mezzogiorno, soprattutto per una regione che paga troppo «l’assenza di infrastrutture» e in cui «bisogna applicare lo stesso principio di solidarietà che si applica al Sud - dice Michele Radice, segretario regionale del partito - Ci sono zone della Basilicata che crescono, altre che rischiano di sparire. E perdiamo così la nostra identità».
    Ma visti i tempi, l’argomento “elezioni regionali†resta protagonista adesso è «anche giusto che il confine di coalizione si allarghi all’Udc. A patto che i centristi facciano una scelta chiara». Entro una settimana. Va bene le scelte diverse indicate dal territorio, ma proprio non possono accettare una “radicalizzata†politica dei “due forniâ€.

    Ben venga, così, l’Udc «liberata da Cuffaro». La sentenza d’Appello che aggrava la pena per l’ex governatore siciliano (per cui è stata riconosciuta anche l’aggravante del favoreggiamento alla mafia) è lo spunto con cui il capogruppo dei senatori Idv richiama la questione morale. Che non è precisa Felice Belisario, «questione personale».

    E a proposito del “veto†di cui si è discusso nella coalizione sugli ex democratici che come Dec hanno aderito all’Alleanza per l’Italia di Rutelli, sarà Radice a dire che è chiaro, «è facile gridare al trasformismo». Ma forse il “passaggio†da una coalizione all’altra nel giro di poco tempo (i Dec e altri forze moderate hanno corso con il centrodestra alle recenti amministrative) «sembrerebbe eccessivo». E’ una questione «complessa, ancora aperta». Ci vanno cauti. Anche perché - sarà più esplicito Belisario - se «De Filippo (riconfermato nella corsa a governatore per il centrosinistra,ndr) pensa di poter fare, con i membri dell’Api, surrettiziamente una lista “del presidenteâ€, non ci trova d’accordo». E poi, ora che listino è stato abolito, «che ognuno corra con le sue forze. Nè quelli che si aggiungono all’ultimo momento alla coalizione devono entrare subito nel governo. Un po’ di anticamera fa bene».

    I dipietristi ci provano «con liste credibili», memori dei dati che alle recenti competizioni di giugno hanno consegnato un discreto divario tra i voti del partito alle europee e alle comunali.

    La possibile candidatura di Magdi Allam come guida del centrodestra? Belisario non è abituato «a mettere il naso nei problemi di casa altrui. Evidentemente la direzione del Pdl ha pensato di avere uomini più rappresentativi all’esterno». Ma sullo stesso tema altri frenano l’entusiasmo. «Non sottovaluterei alcune questioni – dice Radice - a partire dall’attenzione che questa personalità potrebbe catalizzare nell’elettorato cattolico, né vale la pena puntare sulla sua estraneità: non è forse vero che ci sono lucani, amministratori per anni, che nei paesi di montagna e di periferia non sono mai andati?». Di sicuro, però, con questa eventualità, «si alzerebbe il livello del confronto politico».

    Enrico Mazzeo Cicchetti è tra i candidati del partito. Lui, medico, non ha dubbi nel citare il settore su cui lavorare. La sanità, «in cui non c’è programmazione, ma gestione del quotidiano», per cui si riformano gli assetti per semplificare, «ma si moltiplicano i distretti e i piccoli direttori». Solo riprendendo questi principi «potremmo tendere la mano a quanti si sono allontanati». Del circolo Giugni dimissionario a Matera, dell’addio della potentina Anna Rivelli, non si parla. Ma il richiamo è a quanti hanno espresso un dissenso interno. «E’ tempo di dimostrare - dice - che a certi principi non abbiamo rinunciato».

     

    Dal Quotidiano della Basilicata  del 24.01.2010

     

     

    Buon Natale

                                                            Buon Natale a tutti

    agrifoglio

    agrifoglio

    Intervista a Radice

    Proseguiamo l’inventario delle opinioni dei Segretari Regionali dei partiti in Basilicata che,ovviamente, desideriamo intervistare a destra e a manca ed invitiamo a dare la disponibilità ed un recapito telefonico utile per i contatti.

    Questa settimana è il turno di Aldo Michele Radice Segretario Regionale di Italia dei Valori,partito nell’occhio del ciclone a livello nazionale per le polemiche con il Centro Destra e il Presidente Berlusconi.

     

    D. Le polemiche contro il suo partito non si contano e,naturalmente, non si contano le risposte del suo Pres. Naz. Di Pietro ma a noi pare importante acquisire l’opinione sua sulla questione del clima politico e anche sul dopo i fatti di Milano che hanno visto coinvolto il Premier Berlusconi.

    R. In Basilicata siamo tutti più moderati e l’accaduto a Berlusconi  mi ha colpito e richiamato alla memoria, anche, il periodo buio del passato durante il quale si assisteva, con eccessiva frequenza, a gravi episodi di aggressioni violente e/o di contestazioni violente dell’avversario politico di turno.  Dal mio punto di vista ci vuole più moderazione da parte di tutti diversamente , si rischia il riaccendersi degli animi e il paese non è di questo che ha bisogno.  E’ chiaro,però, che le riflessioni che porta avanti il Presidente Di Pietro vanno approfondite svincolando i ragionamenti dall’episodio  contingente e dal fatto perché il clima lo costruiscono tutti con le loro dichiarazioni e i loro atteggiamenti e,comunque, secondo me  tutti dovremmo adeguarci agli inviti del Presidente Napolitano quale massima rappresentanza del paese e di tutti gli italiani di destra di centro e di sinistra.   Bisogna, come sollecita il Presidente Napolitano, abbassare,seriamente, i toni per evitare il riaccendersi di un clima di scontro nel paese ed entrambi gli schieramenti dovrebbero ricondurre le proprie polemiche a contrapposizioni politiche incentrate sui problemi delle persone, delle imprese,insomma sui problemi delle difficoltà quotidiane delle persone.  Il paese,secondo me, ha bisogno di una politica che sia tesa ad affrontare e risolvere questioni generali invece di avvitarsi su questioni e problemi di una o poche persone.

     

    D.  Parlando della Basilicata,nell’approssimarsi delle elezioni Regionali, è d’obbligo la domanda intorno a quale sarà l’aggregato che affronterà le elezioni e,dunque, secondo Lei l’alleanza con la quale partire può essere quella presentatasi alle ultime elezioni provinciali o vede altri scenari?

    R. E’ evidente che il punto di partenza può e deve essere quell’alleanza costruita per le provinciali anche perché a livello regionale la maggioranza di origine ha subito troppe modifiche ed ha visto troppe divisioni più fondate su ragioni personali che politiche e per questo non si da un’immagine chiara.  E però anche il tema di un eventuale allargamento della maggioranza è da valutare all’interno di un percorso che porti alla condivisione di un programma di governo credibile e realizzabile perché vi sono delle situazioni, anche abbastanza recenti,di partiti che si formano sulla spinta di alcune persone ( tipo le liste del presidente) che danno più l’immagine di coalizione costruite per vincere.  L’eccessiva  frammentazione, a mio avvivo, non aiuta la governabilità che invece è necessaria alla Basilicata ed aiuta il potere dei singoli anche contro i partiti.

     

    D.                Lei teme un’eccessiva frammentazione dell’alleanza?

    R.                Il tema della frammentazione è una delle questioni da dibattere,partendo dalle alleanze provinciali, però non vorrei avallare liste del presidente perché ritengo necessaria una semplificazione del quadro politico che consenta una migliore governabilità.  Anche il tema dell’UDC e dell’alleanza con questo partito è da inquadrare all’interno di un programma condiviso di governo piuttosto che in una logica di schieramenti perché è evidente che fare un’alleanza per vincere le elezioni ha senso se poi quest’alleanza è in grado di governare e bene i problemi e le questioni serie che riguardano la Basilicata.

     

    D.                Nel concreto par di capire che il suo partito sia molto attento a definire un progetto politico condiviso sul quale fare alleanze per governare.

    R.                Ritengo si debba uscire dalla logica degli slogan del tipo Orizzonti Lucani  perché gli slogan invecchiano presto ed a volte non raggiungono l’obiettivo mentre, invece, è necessario pensare progettare e proporre le cose possibili e realizzabili per soddisfare i bisogni e le esigenze della Basilicata e della sua gente.  Senza un programmazione organica intersettoriale calata sulle esigenze dei territori e soprattutto sulle esigenze delle aree interne è impossibile immaginare un futuro per la Basilicata.  E’ necessario mantenere attivi i territori interni per evitare lo spopolamento di quei territori ed evitare l’accentramento su poche aree urbane della popolazione.  L’accentramento delle popolazioni su poche aree urbane è di per se un altro problema quasi insolubile perché da una parte si abbandona a se stesso il patrimonio esistente nei piccoli centri con l’ovvia conseguenza che si sperpera il patrimonio esistente e dall’altra si crea artificiosamente l’esigenza di interventi urbanistici sempre più consistenti nelle aree urbane e,dunque, si crea anche l’esigenza di nuove infrastrutture e il problema di reperire ulteriori risorse per farle.

     

    D.                Lei ritiene,dunque, che lo sviluppo debba necessariamente riguardare più o meno tutti i centri della Basilicata e che non sia perseguibile uno sviluppo incentrato su poche aree urbane rese forti.

    R.                Lo sviluppo non è solo un fatto economico ma è una questione che riguarda, in vario modo, tutta  la popolazione che insiste su un territorio e non si può immaginare di sviluppare uno o più pezzi tralasciando tutto il resto  perché non sarebbe utile e non risolverebbe alcun problema creandone,addirittura, altri molto più grandi da affrontare.  Bisogna ci si convinca che mettere le aree interne in condizione di continuare ad essere vivibili è una necessità per tutta la Basilicata diversamente diventa impossibile pensare ed attuare  uno sviluppo incentrato sulle potenzialità ambientali perdendo uno dei punti di forza a disposizione.  Insomma anche il turismo può essere un volano ma perché lo sia è necessario che l’ambiente – patrimonio ancora quasi intatto – sia messo a valore in un tutt’uno insieme alle altre risorse disponibili dal petrolio, all’acqua all’agricoltura di qualità.  È impensabile che si possa immaginare un turismo ambientale se nel frattempo si depaupera il contesto.

     

    D.                A questo punto s’impone la domanda e la questione infrastrutture.

    R.        Certamente sì è ovvio ed evidente che la Basilicata ha una gravissima carenza infrastrutturale che invece di venire affrontata e risolta viene aggravandosi.   Le ferrovie sono quelle che sono e non aiutano in alcun modo la regione e,dunque, questo,di per se,è un problema gigantesco perché ci si può spostare solo su gomma con i costi che tutti conosciamo. Poi si aggiunga che anche l’eventuale potenziamento delle ferrovie locali è ancora più un’idea che un fatto.  Autostrade non ve ne sono e non ve ne saranno perché la popolazione è numericamente poco appetibile per chi dovrebbe fare gli investimenti necessari ed allora l’unica soluzione praticabile è quella di ottenere dal Governo Nazionale le risorse necessarie a potenziare l’esistente e renderlo più fruibile. In pratica il Governo deve darci le risorse necessarie per fare la Lauria Potenza Candela come deve darci le risorse necessarie a potenziare la Potenza Melfi Foggia e tenere efficiente la Potenza Salerno.  Dobbiamo preoccuparci tutti, la classe politica Lucana di ogni schieramento, di ottenere le risorse necessarie ad affrontare questi problemi che non sono di una parte politica e dell’altra no. Le necessità di collegamento da quelle materiali – vie etc. - a quelle immateriali sono la base necessaria per poter progettare un’ipotesi di sviluppo che serve a tutti i Lucani che siano di destra, di centro o di sinistra.   Non si può immaginare che una impresa venga ad investire qui se non trova, strade, acquedotti, fognature, luce, telefono come struttura minima.  Ed a questo aggiungo che  noi dobbiamo preoccuparci di far crescere una classe imprenditoriale lucana e di farla diventare più competitiva proprio mettendo a disposizione infrastrutture e risorse senza di che si farebbero solo chiacchiere.

    (Controsenso del 19/12/2009)

             Mario Petrone

    Atto intollerabile

                 Si può non condividere il pensiero e l’azione politica di Silvio Berlusconi, ma mai gioire di aggressioni che squalificano la politica e la civiltà di un popolo. Il cinismo e la barbarie non possono caratterizzare questo inizio secolo. Occorre ritrovare umanità, tolleranza e senso civico, che sembrano smarrite nell’inseguimento del nulla.

    RADICE(IDV): una deriva pericolosa

    Ormai il berlusconismo ha fatto scuola e la tentazione, neanche mal celata, che chi occupa posti di potere può fare e disfare tutto, può stabilire chi deve far politica e chi no, quando e come farla e quando non devono permettersi minimamente di farla, altrimenti si minacciano ritorsioni.

    C’è evidentemente una deriva ed un modo così personale di interpretare la politica che francamente lascia interdetti e che deve necessariamente trovare soluzioni perché non ci sia la degenerazione proprio in quella parte politica che dovrebbe invece avversare azioni autoritarie e lesive dell’esercizio democratico della libertà di opinione e di espressione politica.

    In un contesto vecchio e nuovo di rappresentanza politica in questa regione l’anomalia diviene però Radice, che si permette, a detta di qualcuno, di far politica, dovendo poi su attacchi personali addirittura tacere.

    Io faccio politica nella qualità di dirigente regionale da sempre, senza che ciò fosse considerata lesa maestà. Se fosse vero allora non si capirebbe perché questo ruolo lo abbiano potuto esercitare e tuttora lo esercitino dirigenti e funzionari regionali quali Tonio Boccia, Gabriele Di Mauro, Rocco Colangelo, Tanino Fierro, Vincenzo Folino, Erminio Restaino, Roberto Falotico, Prospero De Franchi, Donato Greco, Vito Santarsiero, lo stesso Vito De Filippo e non so quanti altri ancora.

    Né si può essere considerati diversamente da qualcuno solo quando si è utili per dar loro  asilo politico o addirittura per essere convinti sostenitori nel richiedere di farli ricoprire ruoli di grande prestigio regionale, quale assessore. Eppure sono sempre la stessa persona e con lo stesso ruolo professionale.

    Certo che i temi diventano politici e la demarcazione tra le funzioni diventano impercettibili quando i messaggi che la gente percepisce sulle azioni messe in essere sono quelli della ritorsione, o della minaccia di ritorsione, da parte della politica. Se poi questo lo si fa così, secondo messaggio, contro una persona nota politicamente come Radice e in maniera immotivata e ripetuta, allora tutto diviene possibile e il fare il proprio dovere può essere addirittura oggetto di rivalsa, se non incanalato in una filiera politica o di tipo personale. Si mette in campo quindi un’azione di natura politica e psicologica che è molto più pericolosa dello stesso mobbing. Si veda poi la contemporaneità e l’atteggiamento nei confronti del Consigliere Comunale Roberto Galante, che la semplice e sicuramente non unica scelta di approdare ad altra formazione politica (IDV) mette in campo azioni amministrative a dir poco sconcertanti.

    Tutte queste cose per un partito come l’IDV e per tutte le persone libere e ben pensanti non possono e non debbono essere assolutamente sottaciute, altrimenti i regimi sono già a portata di mano.

     

    Solidarietà espressa a RADICE

    solidarietà- a - radice

    Tentata epurazione di Radice dal suo incarico

    radice attaccato per il proprio lavoro

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