La città di Palermo ha dedicato una personale ed un catalogo alla scrittrice e pittrice lucana Maria Padula.

Non solo quadri, ma anche frammenti di vita testimoniati da utensili, oggetti d’arredo, fotografie, lettere, libri, il cavalletto e lo sgabello usati per dipingere. La mostra sulla pittrice e scrittrice lucana Maria Padula, nata nel 1915 e scomparsa a Napoli nel 1987, conclusasi da poco, non ha voluto essere, come si legge nella pubblicazione “Volti, paesaggi, territorio” a cura di Aurelio Regoli, un’asettica esposizione antologica indicativa dei tempi di maturazione dell’illustre artista, né tanto meno un’iniziativa volta a segnalare un recupero per l’organigramma dei grandi pittori italiani, ma l’occasione per “ripensare” Maria nella sua integrale fisionomia di artista.

Colori, luci e forme messe insieme con abile intuito in un contesto davvero indovinato. I prestigiosi locali dei Museo Etnografico “Giuseppe Pitrè” di Palermo hanno aperte le porte alle opere, o meglio al mondo della montemurrese tanto amata in Lucania, ma anche nel resto d’Italia. Le opere della grande pittrice del Sud (paesaggi assolati, visi stanchi ed espressivi di contadini al lavoro, l’ingenuità colta nelle forme più fresche ed autentiche, le sensazioni profonde e segrete affidate a sprazzi di colore e giochi di luce) dopo gli ultimi consensi ottenuti in Basilicata e Lazio sono approdate in Sicilia.

La mostra che è rimasta aperta sino ai primi giorni di questo mese, ha riconsiderato Maria Padula e l’ha collocata in una dimensione più vasta, in una società meridionale governata dai valori della famiglia, della casa, dei paese.

L’iniziativa di Palermo ha avuto risultati ampiamente soddisfacenti, tanti, infatti, i visitatori della mostra. Il successo siciliano   sostiene il presidente del Consiglio Regionale della Basilicata, Aldo Michele Radice   che si aggiunge a quelli ottenuti nella nostra terra, a Latronico e Matera, ed organizzati dall’Ente che rappresento, non fa altro che riaffermare la valenza di una grande artista che è riuscita a documentare le potenzialità della cultura. Una donna - continua Radice   che ha usato le parole ed il colore per tentare di sradicare pregiudizi e vecchi stereotipi, di allargare i confini culturali di un Sud emarginato”. Una terra, quella che affiora dai suoi quadri e dalle pagine dei suoi scritti, primo fra tutti il romanzo autobiografico il vento portava le voci. Storia di una ragazza lucana”, compresa nella sua essenza più intima e riportata con una tensione delicata ed intensa.

Quella stessa terra che altri grandi uomini (Sinisgalli, Levi e Scotellaro) hanno immortalato e che Maria   come dichiara Aurelio Rigoli   “sviscera” con la stessa penetrazione con cui sovente anche l’antropologo, fattosi osservatore partecipante, registra sul suo taccuino informazioni, dati, considerazioni, o delinea comportamenti”.