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  • BARRA DI NAVIGAZIONE

     In quarant’anni ho visto molte agitazioni di studenti: alla Cattolica, a Trento, a Roma e posso dire che spesso quelli più accaniti nel protestare, quelli che attaccano con più durezza le istituzioni e il potere, in seguito hanno fatto carriera e raggiunto elevate posizioni sociali ed economiche. Non sto però parlando dei leader carismatici.

    Questi possono creare un partito, ma non fanno carriera in altre istituzioni, non si insediano in cariche formali. Pensiamo a due leader del movimento studentesco del 1968: Mauro Rostagno e Mario Capanna. Uno è stato ucciso dalla mafia, l’altro è rimasto un intellettuale. I leader carismatici hanno una visione, credono nella possibilità di un mondo diverso. Anche quando sono adorati non si considerano superiori agli altri. Se li avvicini senti di aver incontrato un uomo che ti ascolta, che ti capisce.

    Che hai davanti uno come te, solo con una fede più grande, una visione più ampia, un cuore più generoso. Gli agitatori di cui parliamo, anche se molto attivi, invece non hanno una visione, un sogno. Si lasciano trascinare da quello degli altri, gli danno voce, lo utilizzano per affermare se stessi. Attaccano il potere, denunciano l’autoritarismo, invocano la libertà e dure punizioni per i malvagi, ma nel profondo aspirano solo a rimpiazzare — convinti certo di fare meglio di loro—gli uomini che vogliono abbattere. In seguito, quando il movimento sarà finito e sulla sua spinta sorgeranno partiti, giornali e imprese, si identificheranno con queste nuove forze, si daranno da fare e faranno carriera al loro interno.

    E se lo spirito dei tempi cambierà ancora sapranno identificarsi con esso un’altra volta. Agiscono cioè come un imprenditore che, volta per volta, interpreta i nuovi bisogni del consumatore e ha successo. Ma per distinguere questi due tipi umani non c’e bisogno di vedere cosa faranno nel resto della vita. Puoi distinguerli gia all’inizio. I puri agitatori, i puri demagoghi non hanno la ricchezza umana dei capi e non ne hanno l’umiltà. Anche se parlano della libertà e della giustizia in nome del popolo e degli oppressi, senti che loro si considerano diversi, superiori ai seguaci .

    Fin dall’inizio sono «in carriera», si muovono per occupare posizioni sempre più elevate. Il vero capo carismatico invece è a un tempo superiore a tutti eppure uguale al più piccolo. Egli non fa carriera: è immediatamente il capo assoluto oppure non è nulla. Come Garibaldi, ora dittatore onnipotente, ora contadino a Caprera.

    Francesco Alberoni
    20 luglio 2009
    - Corriere della Sera

     

     

     

     

     

     

     

     RAPPORTO SVIMEZ 2009

    SULL’ECONOMIA DEL MEZZOGIORNO

     

    INTRODUZIONE E SINTESI

     

    Indice

    1. Il Mezzogiorno prima, dentro e oltre la crisi p. 5

    2. Necessità di una riforma interna della politica per il Sud p. 1 0

    2.1. La spesa pubblica p. 1 1

    2.2. La politica di coesione p. 1 3

    2.3. Le politiche per il Sud nella crisi p. 1 6

    3. Perché serve una politica industriale per il Sud p. 1 9

    3.1. La difficile integrazione dell’industria del Sud p. 19

    3.2. Le ragioni di una politica regionale p. 2 2

    4. Le reti per lo sviluppo e lo sviluppo delle reti p. 25

    4.1. Il completamento del sistema dei trasporti p. 2 5

    4.2. Completare le reti formative e di transizione tra scuola e lavoro per fermare la fuga dei cervelli p. 28

    4.3. Credito e reti bancarie p. 3 0

    5. Le riforme della Pubblica Amministrazione e del Welfare: una priorità per la crescita del Sud p. 34

    5.1. Una Pubblica Amministrazione al servizio dello sviluppo p. 34

    5.2. Un Welfare più equo tra le generazioni e i territori p. 3 7

     

    Introduzione e sintesi

    1. IL MEZZOGIORNO PRIMA, DENTRO E OLTRE LA CRISI

    La stesura del Rapporto di quest’anno interviene in una fase in cui la crisi internazionale si sta ripercuotendo sull’economia nazionale con una forza anche maggiore di quella che solo pochi mesi era stata prevista. Il calo degli ordini, della produzione industriale, degli investimenti e dell’occupazione configurano una recessione pesante con impatti significativi che tenderanno a trasferirsi dal sistema economico al tessuto sociale nazionale.

    E’ in tale quadro che va collocata l’analisi del presente Rapporto che ha cercato di mettere in evidenza il processo incompiuto di trasformazione dell’economia meridionale in questi ultimi anni; processo sul quale continuano ad incidere debolezze strutturali che affondano le radici nel passato e, al tempo stesso, alcuni importanti elementi di mutamento dell’economia e della società meridionali.

    L’attuale mix di crisi economica e delegittimazione politica che il Sud sta attraversando pone ad alto rischio la possibilità di completare la transizione verso una economia più competitiva e allo stesso tempo indebolisce qualsiasi prospettiva di ripresa del sistema nazionale.

    Occorre invece essere consapevoli che un progetto nazionale per la crescita del Mezzogiorno e per la valorizzazione delle sue potenzialità dipenderà in larga parte dal sostegno che una rinnovata azione pubblica (europea, nazionale e delle Regioni) saprà fornire al sistema delle imprese e alle

    famiglie, sia attraverso le politiche anticongiunturali sia attraverso politiche strutturali di crescita e coesione nel campo delle infrastrutture, dell’innovazione e ricerca e per lo sviluppo dell’industria.

    A tal fine il Rapporto identifica alcune linee di intervento che possono servire ad accompagnare i processi di modernizzazione in atto: lo sviluppo delle reti infrastrutturali, tecnologiche, formative e bancarie; una politica industriale specifica per il Sud; il rafforzamento della qualità del territorio intesa come gestione dell’ambiente e delle risorse naturali, vivibilità delle aree urbane, contrasto alla criminalità; l’avvio delle grandi riforme strutturali, della Pubblica Amministrazione e del Welfare in primo luogo, utili per tutto il Paese e indispensabili per riavviare la crescita del Mezzogiorno.

      Leggi ancora

    La scorsa campagna elettorale sembra già archiviata tanto che l’attuale centro sinistra lucano non sente minimamente il bisogno di un confronto a tutto campo.

    Anche le analisi sul voto sono state scarne, se non addirittura nulle.

    Un dato è certo che l’IDV di Basilicata con i 38.345 voti ricevuti all’europee è il secondo partito del centro sinistra lucano.

    Un dato quest’ultimo che lo attesta quale terzo miglior risultato nazionale del Partito con il 12,34 %, sopravanzato soltanto dal Molise con il 27,97 % e dall’Abruzzo con il 13,75 %.

    Questo trend, seppur ridotto alle provinciali per le ovvie ragioni dovute alla presenza di tantissime liste, ben 23 sul versante di Potenza e 17 su quello di Matera, e tantissimi candidati, 690 su Potenza e 408 su Matera, rimane pressoché inalterato.

    Un risultato eccezionale che tiene conto sicuramente di due circostanze politiche significative: la prima di una decisa azione nazionale fortemente antagonista al Governo Berlusconi; la seconda, che fa avanzare l’IDV di Basilicata di ben 4 punti percentuali in più rispetto al dato nazionale dell’8 %, dell’azione politico-amministrativa portata avanti anche a livello regionale. 

    Tali circostanze, che non sono casuali, hanno portato l’Italia dei Valori di Basilicata dal 3,42% alle elezioni politiche del 2006, al 6,1 % a quelle del 2008 e al 12,34 % di quelle attuali delle europee.

    Tutto questo deve portare a riconsiderare i rapporti all’interno del centro sinistra, tanto da immaginare che ormai vi sono le condizioni per rivendicare concretamente, per l’IDV, presidenze per la prossima competizione elettorale delle regionali del 2010, puntando su quelle regioni, come la Basilicata, che possono con successo raggiungere l’obiettivo.

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