Mi corre l’obbligo rispetto all’articolo odierno pubblicato su “Il Quotidiano della Basilicata” precisare alcune questioni onde fugare dubbi interpretativi sulla norma che disciplina la dirigenza della pubblica amministrazione o su richiami alla legalità inopportuni e quanto mai sospetti e ben lontani da azioni che richiedono il rispetto sacrale dei ruoli ricoperti.
In una assise dove si legifera la conoscenza delle norme è fondamentale per evitare inutili problemi alle persone, ma soprattutto all’Istituzione.
E’ vero che per passare dalla Giunta al Consiglio Regionale il sottoscritto ha dovuto attivare la procedura del comando, ma una volta acconsentita tutto viene disciplinato dalla norma contrattuale dei dirigenti delle pubbliche amministrazioni (D.Lgs 30/3/2001, n.165), che definisce, attraverso un contratto individuale di tipo privatistico, la durata (3 o 5 anni), il trattamento economico e quant’altro in esso contenuto per le eventuali motivazioni di revoca.
Sono le stesse condizioni che a parte invertite, io Presidente del Consiglio ho applicato a De Franchi, allorquando non più Direttore Generale del Dipartimento della Agricoltura venne, su mio accoglimento, a dirigere un Ufficio del Consiglio Regionale, senza che rinnovasse, come era giusto che fosse, annualmente la sua richiesta di comando perché il tutto rientrava nella disciplina contrattuale.
Procedere con tanta e contraddittoria semplicità alla revoca del comando, così come si voleva fare a mia totale insaputa, significava procedere alla revoca contrattuale.
E’ ovvio, e non per gentile concessione del Presidente De Franchi, che la revoca non avrebbe provocato il mio licenziamento, cosa per altro tentata mesi addietro dallo stesso De Franchi, ma più semplicemente avrebbe prodotto una palese violazione contrattuale con grave danno e pregiudizio per l’amministrazione regionale, in quanto nessuna delle condizioni richiamate nel contratto è stata violata o non rispettata dal sottoscritto.
Forse si poteva procedere, e non per incompatibilità ambientale, solo in via consensuale, così come prevede la legge nazionale, e non a mia, ripeto, totale insaputa.
Se la motivazione mossa da alcuni membri dell’Ufficio di Presidenza del Consiglio Regionale era legata alle questioni delle indagini di cui sono oggetto, posso solo ribadire che ognuno risponde delle proprie azioni senza per questo e per comodità scaricarle su altri.
Ma al di là di tutto questo l’occasione mi fa però profondamente riflettere ed interrogare, ossia se la gestione istituzionale avviene con tanta faciloneria da rasentare l’arroganza quanta invece responsabilità politica abbiamo nel contribuire a creare questo stato di cose e quanta poca credibilità possiamo suscitare nella gente rispetto alla gestione, non dico corretta, ma credibile della cosa pubblica quando siamo pronti a gridare giustamente a licenziamenti di dirigenti e di operai nelle aziende e a tacere a conferimenti di incarichi dirigenziali (sotto il naso, a tempo limitatissimo e per pensionati), che sono inopportuni ed offensivi verso i tantissimi che in questa Regione hanno dato e danno l’anima o verso i tantissimi disoccupati intellettuali?
C’è molta responsabilità ed io per la parte che rappresento politicamente l’avverto tutta e me ne faccio carico.
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La relazione della Commissione di Vigilanza su ARBEA: http://drop.io/relazione_vigilanza_arbea
Credo che non ci sia bisogno di dire CHI ha pagato 50.000 euro a De Franchi per la sua attività di “agricoltore”, ultimo pagamento pochi giorni prima che il De Franchi regalasse ad ARBEA il milione di euro che è servito per stipulare la convenzione con la SIN S.r.l., vero?