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    CHI CONTRADDICE DI PIETRO E’ EPURATO

    “CHI CONTRADDICE DI PIETRO E’ PERDUTO”. PARLA MICHELE RADICE, L’EX COORDINATORE REGIONALE DELLA BASILICATA APPENA USCITO DA IDV. “BELISARIO NON HA VOTI, SI SERVE DI QUELLI DEGLI ALTRI CANDIDATI CHE POI FA FUORI PER PAURA CHE CRESCANO TROPPO”.
    INTERVISTA ESCLUSIVA AD UN ALTRO FUGGIASCO “ECCELLENTE” CHE DENUNCIA IL CLIMA DI SOGGEZIONE E IL CULTO DELLA PERSONALITA’ INTERNO AL PARTITO DELL’EX PM.
    A Radice nel 2008 è stato negato il seggio al Senato non appena ha mostrato di pensare con la propria testa chiedendo un partito più leale con il Pd e che guardasse al centro. A Belisario e soci non interessavano le sue idee ma solo i suoi voti e una volta incamerati l’ex Margherita non serviva più. Una rissa tra squali Dc? Certo, ma intanto Radice, ammette che i dissidenti avevano ragione e che si è pentito di non averli appoggiati a suo tempo. E sui certificati penali richiesti ai candidati Idv dice: “è una balla, mai chiesto niente a nessuno, tanto che abbiamo candidato anche gente con pendenze varie”.

    Michele Radice, ex Margherita e già presidente del consiglio regionale della Basiliata, è stato eletto nel gennaio 2008 coordinatore regionale Idv della Basilicata. Oggi lascia il partito sbattendo forte la porta. Da oltre un anno era evidente la sua insofferenza per una gestione dell’Idv incoerente e priva di strategia politica, sia a livello centrale che periferico. In particolare i rapporti tesissimi con il senatore Belisario erano sfociati in una serie di reciproche accuse affidate alla stampa locale e nazionale. La volontà di Belisario di mettere fuori gioco senza troppi complimenti un compagno di squadra pericoloso aveva iniziato a palesarsi quando Radice, candidato “a perdere” per ben tre volte e immolato alla ragione di partito e al successo dello stesso Belisario (eletto in Basilicata nel 2008 solo per l’apporto notevolissimo dei voti di Radice), cominciava ad apparire troppo ingombrante al colonnello dipietrista che dal suo Presidente ha appreso bene l’arte di barcamenarsi senza eccessivi scrupoli con l’unico intento di salvaguardare il proprio “particulare”, salvo poi sbraitare di morale e legalità. I torti subiti in Idv dovrebbero però far riflettere Radice sull’errore politico commesso quando non volle o non seppe affrontare le questioni sollevate dai dissidenti dell’Italia dei Valori di Basilicata. Di fronte alle denunce di quei militanti, oggi quasi tutti usciti dal partito, l’allora coordinatore Idv preferì schierarsi con Belisario e Di Pietro ignorando la portata delle critiche dei circoli potentini e materani, le stesse che egli oggi, con colpevole ritardo, rivolge ai suoi aguzzini politici. 

     

    Radice, cosa è successo? Perché questa sua presa di posizione così definitiva?

    La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata un’azione stupida consumata contro di me senza motivo; il fatto che mi sia stato sottratto l’incarico di commissario dell’Alsia, che avrei peraltro dovuto mantenere solo per due o tre mesi ancora, e che mi sia stato impedito di fatto di completare il lavoro che avevo proficuamente iniziato, una decisine che non ha alcun senso e che, peraltro, crea anche un disagio economico; io, essendo già dirigente regionale, non determinavo aggravio di spese nel ruolo di commissario.

    Il Governatore De Filippo, tramite il suo portavoce, ha detto che la questione è tutta interna all’IdV, ma che comunque l’incarico era per lei incompatibile.

    Se sono incompatibile ora dovevo esserlo anche quando sono stato nominato, appena qualche mese fa. Che la questione, poi, sia interna al mio ormai ex partito posso anche non metterlo in dubbio, ma la verità è che l’incompatibilità non c’era e il portavoce ben farebbe a rileggere bene la legge; io avevo manifestato la volontà di andare in pensione entro la fine dell’anno, ma di fatto sono in servizio, mentre l’incompatibilità esiste per due anni solo dopo il pensionamento.

    Si vocifera in Regione che il senatore Belisario aveva già inutilmente fatto pressione perché  Domenico Romaniello (il commissario da cui lei è stato rimpiazzato) fosse nominato direttore generale alla formazione professionale; insomma, questo nuovo pupillo andava collocato per forza?

    So dalla stampa, e anche perché in Regione se ne era fatto un gran parlare, che Romaniello era candidato e assai sponsorizzato per ottenere una direzione generale della regione.

    In precedenza le è stato tolto l’incarico di coordinatore regionale ed il partito è stato commissariato con Ignazio Messina. Perchè?

    Subito dopo le ultime provinciali del 2009 io avevo cominciato a manifestare un disagio a causa di una visione profondamente diversa della politica, mi ero stancato del modo di gestire il partito a livello nazionale da parte di Di Pietro e di Belisario il quale a livello locale mutua esattamente gli stessi atteggiamenti; avevo la necessità di meditare e prendere un po’ le distanze. D’altronde tale  disagio l’avevo palesato prima a Di Pietro, al quale avevo scritto più volte, e poi reso pubblico attraverso la stampa locale, nella convinzione che i cittadini dovessero essere messi al corrente di quanto accadeva. Non condividevo la linea nazionale e l’avevo detto; io, e l’ho anche ribadito al congresso nazionale, sono per un partito federato dove l’autonomia regionale non può essere scavalcata dalle imposizioni nazionali.

    E’ vero che l’assessore regionale IdV Rosa Mastrosimone aveva pattuito con i vertici del partito di ottenere la segreteria? E’ ipotizzabile che bisognasse per questo liberare il posto?

    E’ probabile, anche se non se ne ha certezza; fatto sta che la Mastrosimone ha avuto sempre un rapporto diretto e privilegiato con Di Pietro, tanto che tutti ci chiedevamo a quali grandi motivazioni politiche ciò fosse dovuto, dal momento che il partito ad iniziare dal versante materano, ma anche in quello potentino, aveva da subito manifestato enormi perplessità riguardo al suo ingresso. Di questo io, in qualità di coordinatore, avevo messo puntualmente al corrente Di Pietro senza ricevere da lui alcuna risposta. Certo è che con me non era stato stabilito nessun percorso; io ero perplesso, non ho sollevato barricate contro di lei, ma avrei prospettato la necessità di un ingresso in punta di piedi e non a gamba tesa come si è verificato; insomma, non si può chiedere ospitalità e contemporaneamente dettare regole e modi probabilmente discutibili.

    Qual è la verità sulla strana vicenda dell’assessorato regionale, prima negato ad IdV, quindi assegnato e poi sottratto a Viggiano, a causa di non meglio specificate incompatibilità, assessorato che infine è stato assegnato alla Mastrosimone ?

    Questo episodio la dice lunga sulla gestione del partito che, tra l’altro di questa vicenda è stato tenuto all’oscuro. La verità è che nelle trattative è mancata la politica, si è evidenziata soltanto una sterile rivendicazione numerica da parte di Idv con la richiesta fantascientifica di due assessori. Che il secondo partito della coalizione fosse fuori della giunta non era accettabile, tuttavia le soluzioni dovevano essere due: una, tutta politica, avrebbe suggerito di affidare l’assessorato ad uno degli eletti ( ce ne sono ben tre) onde evitare aggravio di spese e rispettare  così un principio stabilito dal partito; l’altra, vista la situazione caotica presente un po’ in tutti i partiti, era quella di ricorrere unicamente ad assessori esterni per permettere a De Filippo di rilanciare la Regione mentre i partiti si riorganizzavano al loro interno per ridare a questo centro sinistra lucano la possibilità di ritrovare quell’equilibrio che appare perennemente in bilico. Ma gli assessori esterni si giustificano solo se vengono individuate alte  professionalità a cui affidare gli incarichi più adeguati  alle loro competenze.  Insomma è mancato il progetto politico e  c’è stato solo un mercanteggiare.

    E’ vero che Di Pietro era pronto ad attaccare De Filippo se non avesse ottenuto l’assessorato?

    E’ vero che chi doveva portare avanti le trattative non lo ha saputo fare; nella passata legislatura avevamo un solo eletto e si era ottenuto l’assessorato; in questa con tre eletti ( più Belisario che era ancora al listino) non si riusciva ad ottenere niente. E’ chiaro che c’è un deficit nel progetto politico.

    E a proposito di incompatibilità, lei ritiene sia compatibile affidare l’assessorato alla formazione proprio alla Mastrosimone, nonostante la sua stretta parentela  con il direttore della “Vocational training”, agenzia di formazione materana da tempo in rapporto con la Regione Basilicata?

    Di questo io non sono al corrente, ma ritengo sia un tema di cui la dirigenza del partito si dovrebbe occupare,  anzi doveva  occuparsene prima di affidare alla Mastrosimone l’assessorato.

    Qual è stato il ruolo di Ignazio Messina in Basilicata?

    Mi dispiace doverlo dire, ma Messina ha lasciato fare a Belisario; mi dispiace per lui che pur essendo parlamentare sia stato ridotto ad un ruolo paragonabile a quello di un “usciere”.

    Perché il senatore Belisario ha iniziato a boicottare gli uomini del suo partito? E’ noto che anche il consigliere regionale Antonio Autilio sia stato oggetto di “attenzioni” poco amichevoli da parte del senatore.

    Credo che Belisario sia  abituato ad operare senza una forza elettorale propria e ad utilizzare quella degli altri; è chiaro che quando vede messa in pericolo la posizione di egemonia che francamente non ha guadagnato sul campo, ma si è procurata sfruttando la sua vantata amicizia con Di Pietro, cerchi di eliminare tutti coloro che possono fargli ombra.

    A proposito, Belisario dice di non aver mai litigato con Di Pietro, nonostante molti siano i testimoni delle “lavate di capo” fattegli da Tonino. Questa amicizia, allora, c’è o non c’è ?

    Io ho frequentato Di Pietro per quattro anni come membro della direzione nazionale e posso testimoniare che ha l’abitudine di alzare la voce oltre misura e di aggredire; lo fa con tutti, lo ha fatto una volta anche con me, ma io mi sono ribellato. Gli altri, compreso Belisario, subiscono questo modo di fare perchè sanno che si ribellassero perderebbero la posizione che hanno.

    Sempre Belisario, in seguito ad una serie di scaramucce avvenute tra i consiglieri regionali dipietristi, qualche giorno fa ha dichiarato che all’interno del partito lucano c’è un accordo fra tutti. Lei  conferma?

    Un accordo fra tutti? Ma accordo di che?

    “Se qualcuno sbaglia viene sbattuto fuori a calci nel sedereÂ…, da noi quando ci presentiamo alle elezioni bisogna esibire il certificato del casellario giudiziario”: anche queste sono parole di Belisario. Lei si sente tra quelli mandati via a calci? E poi, ci spieghi questa storia del certificato del casellario giudiziario; tra i tanti candidati interpellati, non se ne è trovato uno a cui sia stato chiesto.

    Io non sono stato mandato via, ho deciso di andarmene; per quanto riguarda questa storia del certificato del casellario giudiziario, devo dire che non è stato chiesto mai a nessuno, tanto è che a volte, a cose fatte, si è venuti a conoscenza per alcuni candidati di “pendenze” che, secondo le norme del partito,  sarebbero state assolutamente incompatibili con la candidatura e che hanno creato anche qualche imbarazzo. Secondo me c’era gente che sapeva di questo ed ha taciuto. Ma come si fa a pretendere il certificato del casellario giudiziario quando le liste, come è avvenuto per il comune di Potenza, non si riescono a chiudere che a poche ore dalla scadenza? E’ ovvio che ci si deve accontentare di chiunque, anzi bisognerebbe persino ringraziarli del sacrificio quelli che si candidano.

    Alle politiche 2008 lei sarebbe diventato senatore se Belisario avesse optato per il seggio ottenuto in Puglia. La stampa locale l’aveva già proclamata senatore, poi Belisario ha preferito optare per il seggio vinto in Basilicata, tagliando fuori lei. Perchè?

    Di Pietro non mi ha voluto tra i banchi del senato, sapeva che la mia visione politica era diversa dalla sua e non gli faceva comodo, probabilmente non ha voluto rischiare.

    Sicuramente i dissidenti dell’IdV lucano, quasi tutti usciti dal partito, oggi le possono rinfacciare di non aver compreso la loro protesta e di aver trovato assai più comodo schierarsi con i vertici. In fondo lamentavano né più né meno quello che nella sua dura lettera di dimissioni oggi lei rinfaccia a Di Pietro. Si è accorto solo ora di quello che è diventato questo partito?

    Nel rapporto con i dissidenti molte cose hanno influito, nonostante io non possa dire di essere stato a loro contrario per partito preso. La loro azione più eclatante ( quella della convocazione di una contro manifestazione in concomitanza con l’arrivo di Di Pietro a Matera) mi ha trovato nel ruolo di segretario con tutta la responsabilità della gestione e della tenuta del partito, una responsabilità di non poco conto che purtroppo prevarica anche la volontà personale; la visita di Di Pietro in Basilicata, inoltre, era già stata rimandata più volte a causa della tensione che si era creata tra me ed altri; in realtà io presi in quella stessa giornata una posizione diversa da quella di Di Pietro che aveva già incoronato De Filippo, mentre io proponevo un altro percorso. In ogni caso in quell’occasione mi fu chiesto esplicitamente da Messina e Rota di intervenire per preparare la venuta di Di Pietro senza grandi clamori e dissidi. La questione dell’iscrizione di alcuni dissidenti non ancora validata era un cavillo, ma era reale e per questo l’ho utilizzata. Devo dire, però, che non ho apprezzato il fatto che Di Pietro abbia deciso di partecipare alla riunione dei dissidenti senza avvisarci nemmeno e senza ritenere di portare con sé i vertici locali. A tutt’oggi io non so cosa si siano detti in quella riunione, anzi conosco solo quello che alcuni dei partecipanti hanno riferito per sottolineare l’incoerenza e l’ipocrisia evidenziata dal Presidente in quella occasione.

    Se si potesse tornare indietro, starebbe apertamente dalla parte dei dissidenti?

    Se fossi sicuro dell’assenza totale di qualsiasi strumentalizzazione da parte di tutti, sì; devo dire che con questa certezza mi schiererei.

    Nella sua lettera di dimissioni attacca il governatore De Filippo, perché disposto, scrive “a consumare porcherie ed atti di cui vergognarsi”. Qual è la sua colpa?

    De Filippo, in quanto Governatore, è anche garante della coalizione e non doveva prestarsi al gioco dell’IdV; suo compito sarebbe anche quello di dare una dritta morale al centrosinistra, invece credo che abbia approfittato di una questione interna al mio ex partito, per perseguire un altro fine, quello cioè della chiusura dell’Alsia; con me commissario, ciò non sarebbe stato possibile.

    Ha detto che non lascerà la politica; dove e con chi continuerà il suo percorso?

    Dove, in Basilicata. Più volte sono stato tentato di andarmene, mettendo in discussione proprio il modo di considerare la politica, pur avendone fatto parte,  ma credo che la  sopravvivenza di questa regione (si abusa in realtà della parola sviluppo, ma solo di sopravvivenza si può parlare) sia legata al coraggio di chi decide di restare. Lo sviluppo può esserci se c’è un cambiamento della politica. Con chi, con le persone per bene che pure devono esserci in questa terra e che devono essere recuperate nei territori e che hanno veramente voglia di un riscatto. D’altro canto se a me, che pure ho rivestito ruoli di grande rilievo nella politica, sono stati fatti soprusi gratuiti, si può immaginare cosa succede al cittadino inerme.

    Della questione patrimoniale dell’Italia dei Valori cosa ne sa? Se ne è mai discusso? E le sue campagne elettorali le ha pagate il partito con i proventi dei rimborsi?

    Mai in nessuno dei direttivi a cui ho partecipato si è mai discusso di questo e per le mie campagne elettorali, ben tre e di notevole impegno economico, visto che si è trattato di due politiche e di una europea, non solo non ho ricevuto nemmeno un euro, ma, in verità, da Di Pietro non mi è stato tributato nemmeno un grazie.

    Una parola per definire Di Pietro.

    Un uomo arrivato che ormai è troppo innamorato di se stesso.

    Una per definire Belisario.

    Un uomo che si ritiene  arrivato e ed è innamorato di se stesso più ancora del suo capo.

     

                   

    Anna R.G. Rivelli

    Radice dice addio a Di Pietro e all’IDV

    On. Di Pietro,

    l’ultima sporcata nei miei confronti, consumata l’altro ieri con la mia defenestrazione all’Alsia, mi consente finalmente di prendere le distanze da questo partito, da lei e da questi metodi trogloditi.

    Bastava chiedermelo, non mi avrebbe sicuramente sconvolto la vita, visto che ho deciso di pensionarmi entro la fine dell’anno e che per legge non mi era più consentito proseguire.

    La lettura che io ne do è il prezzo che dovevo pagare per non essere un suo yes men, ma un uomo libero che ha detto sempre quello che pensava, criticando molto i suoi metodi sbrigativi ed alcune fondamentali scelte politiche.

    1. La gestione di un partito costruito a suo uso e consumo con i suoi fedelissimi che sul territorio la scimmiottano. Si chieda se su questa o su tante altre vicende politiche regionali il Garante On. Messina ha mai convocato il partito, per quello che mi risulta neanche il gruppo consiliare.

    2. La puntuale e sistematica epurazione territoriale di chi non la pensa come voi.

    3. Scelte nazionali quali quella del federalismo fiscale che distruggerà il Mezzogiorno d’Italia.

    4. L’annunciare la necessità di cambiare la legge elettorale sapendo di mentire, perché le toglierebbe la possibilità di scegliere a suo piacimento le persone che più le aggradano. Forse non avrebbe più bisogno di quella agenda su cui annota o cancella nomi a suo unico piacimento.

    5. Un partito non organizzato, affidato a fedelissimi proconsoli senza visione politica, sbraitanti, mercanteggianti e livorosi.

    6. Una presunta superiorità morale, tutta ancora da dimostrare.

     

    Tutto questo le potrà andar bene ancora per un po’ e fin tanto che troverà persone come me disposte a crede in principi sacrosanti e a battersi per essi.

    Io l’ho fatto per ben tre volte, a partire dal 2006, candidandomi al Senato ed al Parlamento Europeo con risultati strabilianti per l’IDV di Basilicata, se li vada a rileggere.

    Le potrà andar bene fin tanto che troverà persone come il Presidente Vito De Filippo disposte a consumare porcherie ed atti di cui vergognarsi, ma che, conoscendolo bene, sottendono a ben altro.

    Mi auguro che in cuor suo provi vergogna nei miei confronti.

    Lascio pertanto questo partito, come hanno fatto già tanti altri, perché è il partito dei disvalori, dove l’ingratitudine, il cannibalismo, la spasmodica ed affrettata ricerca del potere, la vigliaccheria politica, l’usa e getta sono ora l’anima predominante.

    Lascio il suo partito, ma non la politica, perché è ora di cacciare i mercanti dal tempio.

    Sono sicuro, così come ha sempre fatto che non risponderà a questa mia nota o lo farà per interposta persona o addirittura devo aspettarmi una querela.

    Presentazione Lista Regionale IDV

    Domenica alle ore 10 presso l’Hotel Vittoria in Potenza l’Italia dei Valori presenta i candidati alla prossima competizione regionale. Oltre ai vertici del partito saranno presenti i candidati della provincia di Potenza e di Matera.

    Ha assicurato la sua presenza anche il candidato Presidente del centro sinistra lucano Vito De Filippo.

    Intervento di Radice

    Intervento di Radice

     Eppure qualche crepa c’è. Il centrosinistra che ostenta sicurezza e che parte con i favori del pronostico per le prossime elezioni regionali al suo interno vive qualche difficoltà. Di inserimento delle nuove forze.
    La coalizione che si sta costruendo intorno al candidato presidente della giunta Vito De Filippo - un vero e proprio dream team - sembra poter essere vittima della sua stessa grandezza. Non è semplice, e questo lo si sapeva dall’inizio, mettere intorno a un tavolo vecchi protagonisti del centrosinistra lucano e nuovi aspiranti tali. Qualche difficoltà infatti si sta palesando sia per quanto riguarda l’Udc e sia per quanto riguarda l’Api di Francesco Rutelli e Vilma Mazzocco. Nulla di irrisolvibile. Ma qualche screzio tra i vari partiti c’è.
    E’ quanto trapela dalle indiscrezioni rispetto al vertice delle forze di maggioranza regionale che si è svolto martedì scorso al primo piano del palazzo della giunta. Già dalle battute iniziali si è compreso che l’Api non è perfettamente integrata: mentre tutti i segretari erano già intorno al tavolo degli uffici del presidente della giunta De Filippo, Vilma Mazzocco e Gianfranco Blasi attendevano comunicazioni al piano terra del consiglio regionale. Piccolo problema di comunicazioni, sicuramente, ma con la Mazzocco che ha sbottato: «Se nessuno ci avvisa come facciamo a sapere che hanno iniziato?».
    Il resto si è svolto a porte chiuse. Ma si appreso che qualche distinguo da parte dei partiti minori del centrosinistra è stato sollevato verso l’Api che non avrebbe ancora ufficializzato la linea politica precisa. Dettagli, se sono questi, che potrebbero essere superati stamani durante la conferenza stampa di inaugurazione della sede di Alleanza per l’Italia che si svolge alle 11, nella quale la coordinatrice regionale «presenterà le linee dell’azione politica di API per la Basilicata».
    Per quanto riguarda invece questioni di sigle, ieri è stato diffuso il comunicato del consigliere regionale Antonio Flovilla in cui si legge: «La scelta politica chiara e inequivocabile è di concorrere alle regionali e alle comunali con il centrosinistra» e si spiega che «il simbolo della “Rosa Bianca†in regione è statutariamente nella disponibilità del movimento politico “Basilicata Popolare». Quindi ricorda Flovilla «che proprio il coordinamento regionale di Basilicata Popolare ha formalizzato la decisione di partecipare alla competizione elettorale attraverso un accordo politico con Alleanza per l’Italia. Nessuna deroga è stata concessa. I candidati di Basilicata Popolare concorreranno alle elezioni con il simbolo dell’ApI, la cui dirigenza, a tutti i livelli, è stata integrata con quella di Basilicata Popolare».
    Altra questione è quella relativa all’Udc. E si sa che la doppia scelta di correre insieme al centrosinistra e al Pd alle regionali e da soli a sostegno del candidato Angelo Tosto alle comunali di Matera non piace a molti dello schieramento che governa la Regione.
    Questione che non è ancora risolta ma che è stata discussa in maniera vivace anche durante il vertice di martedì scorso. Tanto che il segretario regionale dell’Idv, Michele Radive in una nota ieri ha precisato: «Il voler giustificare da parte dell’Udc di Basilicata la corsa solitaria al Comune di Matera, prendendo ad esempio quello che Italia dei Valori ha fatto le scorse amministrative a Potenza, è non solo pretestuoso, ma anche immotivato. Intanto sono profondamente differenti le motivazioni politiche ed i punti di partenza».
    E quindi ha aggiunto Michele Radice: «L’Idv è organicamente dentro il centro sinistra italiano e lucano, per cui gli obiettivi sono comuni e coincidenti. Sono le divergenze strategiche e la diversa sensibilità nell’interpretare alcuni momenti particolari che possono orientare a scelte diverse, non avendo a volte altri strumenti che il dissenso per evitare che il centro sinistra possa inesorabilmente naufragare».
    E ancora spiega Radice: «E’ quello che avevamo sostenuto nelle scorse elezioni amministrative prima ancora a Matera e poi a Potenza. Non c’era inoltre nelle valutazioni dell’Italia dei valori il benché minimo obiettivo di voler trarre da tali competizioni un vistoso ed opportunismo vantaggio elettorale. Anzi le esperienze passate ci possono facilmente far affermare esattamente il contrario. Né quelle competizioni potevano e dovevano essere il luogo di successive trattative per chissà quali postazioni di potere, che come si può ben vedere non ci sono state ed oggi ancor meno ci potranno essere. Sono proprio le esperienze sbagliate che devono farci corregge i comportamenti».
    Sempre secondo le indiscrezioni poi sembra che ci siano state delle difficoltà tra alcuni segretari e gli esponenti dei Verdi rispetto a questioni politiche e di appartenenza.
    Salvatore Santoro (il quotidiano dell’11/02/10)

    Radice(IDV): Il caso Matera

                 Il voler giustificare da parte dell’UDC di Basilicata la corsa solitaria al Comune di Matera, prendendo ad esempio quello che Italia dei Valori ha fatto le scorse amministrative a Potenza, è non solo pretestuoso, ma anche immotivato.

                Intanto sono profondamente differenti le motivazioni politiche ed i punti di partenza.

    L’IDV è organicamente dentro il centro sinistra italiano e lucano, per cui gli obiettivi sono comuni e coincidenti.

    Sono le divergenze strategiche e la diversa sensibilità nell’interpretare alcuni momenti particolari che possono orientare a scelte diverse, non avendo a volte altri strumenti che il dissenso per evitare che il centro sinistra possa inesorabilmente naufragare.

    E’ quello che avevamo sostenuto nelle scorse elezioni amministrative prima ancora a Matera e poi a Potenza.

    Non c’era inoltre nelle valutazioni dell’IDV il benché minimo obiettivo di voler  trarre da tali competizioni un vistoso ed opportunismo vantaggio elettorale.

    Anzi le esperienze passate ci possono facilmente far affermare esattamente il contrario.

    Né quelle competizioni potevano e dovevano essere il luogo di successive trattative per chissà quali postazioni di potere, che come si può ben vedere non ci sono state ed oggi ancor meno ci potranno essere.

    Sono proprio le esperienze sbagliate che devono farci corregge i comportamenti.

    Questo è quanto da me affermato nella riunione del centro sinistra lucano di ieri in merito alla questione Matera.

     

    Rapporto ERISPES 2010

    L’Italia tra memoria, conflitto e progetto

    «Lo scorso anno – dichiara il Presidente dell’Eurispes, Prof. Gian Maria Fara – fummo i soli a sostenere che la crisi finanziaria non avrebbe inferto colpi irreparabili all’economia italiana e che sarebbe stata di breve durata. Così, mentre molti economisti prevedevano sventure, noi vedevamo possibile una sia pur lieve ripresa già a partire dalla fine del 2009. I fatti dimostrano che le nostre analisi erano corrette e libere da pregiudizi politici.

    Bastava voler guardare la realtà delle cose per capire che le peculiarità strutturali del nostro sistema finanziario ed economico, nel bene e nel male, ci avrebbero tenuto ai margini della tempesta che si stava abbattendo sugli Stati Uniti, sul Regno Unito e su una parte dell’Europa.

    Il risparmio e la forte capitalizzazione delle famiglie, la tradizionale riluttanza delle banche alla erogazione del credito, un sistema bancario composto anche, e per fortuna, da piccoli istituti fortemente legati al territorio e poco avvezzo alla proiezione internazionale, un sommerso che il nostro Istituto valuta in circa il 35% del Pil ufficiale, e tanto altro ancora, hanno svolto, come noi stimavamo, la funzione di ammortizzatore della crisi. Naturalmente – prosegue il Presidente dell’Eurispes – eravamo consapevoli che il nostro sistema avrebbe subìto comunque dei danni giacché nel tempo della finanza globale il default di pezzi interi del sistema finanziario anglo-americano non poteva non produrre ricadute anche nel nostro Paese. La più grave è stata probabilmente la stretta creditizia attuata da molte banche con la conseguente chiusura di numerose piccole imprese e attività professionali e commerciali e con la perdita di un consistente numero di posti di lavoro.

    Noi avvertivamo però il rischio che l’attenzione del Paese potesse essere distolta, con la paura di un crollo dell’economia, dalle vere cause del malessere italiano e perciò fosse ulteriormente prorogata la cosiddetta fase di transizione nella quale la Repubblica è impantanata da quasi vent’anni.

    È infatti questo il tempo che è trascorso dal crollo della Prima Repubblica ad oggi. È un tempo insopportabilmente lungo giacché adesso i ragazzi che avevano venti anni sono diventati quarantenni e magari sono anche precari, mentre chi allora aveva quarant’anni è ormai sulla soglia della pensione.

    Nel frattempo – prosegue il Presidente dell’Eurispes –, è diventato chiaro che il modello di sviluppo elaborato dalla classe dirigente nel dopoguerra si era praticamente esaurito dopo aver trasformato un paese agricolo in una delle prime dieci potenze economiche. Quel modello era basato su un diffuso reticolo di imprese manifatturiere che trasformavano materie prime importate. Un compito che oggi assolvono, nel quadro di una economia globalizzata, giganti come la Cina e l’India a costi molto più bassi.

    La fine di quel modello di sviluppo coincise con la fine di una classe dirigente che, con poche eccezioni, non aveva saputo comprendere, interpretare e governare i cambiamenti.

    Il fatto è che da allora l’Italia è una sorta di cantiere aperto che non si riesce a chiudere perché nessuno ha le idee chiare su che cosa si deve costruire.

    Un cantiere popolato da una moltitudine di litigiosi aspiranti architetti che non riescono a mettersi d’accordo perché, in definitiva, non hanno nessun vero interesse a che i lavori partano e si concludano. Questi infatti sono i figli e i padroni della transizione infinita interessati, più che alla prospettiva, al mantenimento dello statu quo. Il rischio è che, come nella legge del pendolo, si passi dal pessimismo cupo dei primi mesi del 2009 ad una sconsiderata e superficiale euforia da scampato pericolo. Occorre invece far tesoro del vantaggio, anche immeritato, che ci è stato concesso dal non essere stati travolti, come si temeva, dalla crisi per ragionare sul vero stato del Paese, elaborare un censimento dei bisogni e delle possibilità e lavorare senza sosta per chiudere la transizione. Soprattutto considerando che mantenere il cantiere aperto comporta un costo altissimo per la nostra economia ed un rischio per la tenuta stessa della democrazia.

    Non abbiamo timore di essere accusati di eccessivo allarmismo, ma dal nostro osservatorio cogliamo segnali preoccupanti di disagio, di distacco, quando non di ostilità nei confronti delle Istituzioni che aspiranti capipopolo vorrebbero cavalcare.

    Ma, intanto – conclude Fara – proprio la mancanza di un progetto segna pesantemente il presente, mortifica le attese degli italiani e impedisce di immaginare e costruire il futuro».

    Proprio per segnalare la mancanza di un progetto, il Prof. Fara denuncia il fatto che il Ministero per i Beni e le Attività Culturali ogni anno non riesca a spendere circa la metà della propria dotazione, come emerge dai dati contenuti nel Rapporto di quest’anno: «Da più parti si segnala l’assenza di risorse adeguate per la ricostruzione del centro storico de L’Aquila. Che cosa aspetta il Ministero ad utilizzare lo strumento giuridicamente previsto della rimodulazione della spesa e a destinare una percentuale anche minima (5%-10%) alla ricostruzione della città? In una logica di proiezione triennale si renderebbero disponibili tra i 70 e 150 milioni di euro che darebbero un forte stimolo alla ripresa economica e sociale.

    Tutto ciò crea una distanza e una frattura tra la politica e il Paese reale. A testimonianza di questo distacco, i dati emersi dalla rilevazione del grado di fiducia nelle Istituzioni ha evidenziato una tenuta delle Istituzioni di garanzia, come quella del Presidente della Repubblica, della magistratura e delle Forze dell’ordine, e una marcata distanza tra i cittadini i partiti e il sindacato».

    Queste, alcune delle indicazioni che emergono dal Rapporto Italia 2010. Il Rapporto, alla sua 22a edizione, è stato costruito, per scelta metodologica, attorno a sei dicotomie, illustrate attraverso altrettanti saggi accompagnati da sessanta schede fenomenologiche. Vengono affrontati quindi, attraverso una lettura duale della realtà, temi che l’Istituto ritiene rappresentativi, anche se non esaustivi, della attualità politica, economica e sociale del nostro Paese.

    Le dicotomie tematiche individuate per il Rapporto Italia 2010 sono: Crescita/Declino • Pubblico/Privato • Inclusione/Esclusione •  Rischio/Sicurezza • Tradizione/Tendenza • Spirito/Materia

    L’indagine condotta quest’anno ha toccato le tematiche e i fenomeni correlati a ciascuna delle sezioni che compongono il Rapporto i quali hanno stimolato nel corso degli ultimi mesi, e non solo, il dibattito e l’interesse dell’opinione pubblica. In particolare, hanno partecipato e contribuito a delineare il quadro degli orientamenti presenti nella compagine della nostra società ben 1.191 cittadini che tra il 21 dicembre 2009 e l’11 gennaio 2010 hanno dato risposta alle domande dei ricercatori dell’Eurispes presenti su tutto il territorio.

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    POTENZA - Quello in cui vogliono stare e concorrere «è un centrosinistra forte, con programmi forti e chiari». Lo ripetono più volte, con sfumature diverse, nel corso dell’assemblea regionale con cui l’Idv lucana si avvicina al congresso nazionale (a Roma, il 5 febbraio). E ieri, al Park Hotel di Potenza, la conferma che dalla Basilicata i delegati sosterranno una sola mozione, quella del leader Antonio Di Pietro (al tavolo della presidenza, presenti anche i due coordinatori provinciali, Laguardia per Potenza e Faraone per Matera, e la consigliera regionale Rosa Mastrosimone. Era presente il deputato Antonio Palagiano che ha presentato nel dettaglio la mozione).

    Con attenzione al Mezzogiorno, soprattutto per una regione che paga troppo «l’assenza di infrastrutture» e in cui «bisogna applicare lo stesso principio di solidarietà che si applica al Sud - dice Michele Radice, segretario regionale del partito - Ci sono zone della Basilicata che crescono, altre che rischiano di sparire. E perdiamo così la nostra identità».
    Ma visti i tempi, l’argomento “elezioni regionali†resta protagonista adesso è «anche giusto che il confine di coalizione si allarghi all’Udc. A patto che i centristi facciano una scelta chiara». Entro una settimana. Va bene le scelte diverse indicate dal territorio, ma proprio non possono accettare una “radicalizzata†politica dei “due forniâ€.

    Ben venga, così, l’Udc «liberata da Cuffaro». La sentenza d’Appello che aggrava la pena per l’ex governatore siciliano (per cui è stata riconosciuta anche l’aggravante del favoreggiamento alla mafia) è lo spunto con cui il capogruppo dei senatori Idv richiama la questione morale. Che non è precisa Felice Belisario, «questione personale».

    E a proposito del “veto†di cui si è discusso nella coalizione sugli ex democratici che come Dec hanno aderito all’Alleanza per l’Italia di Rutelli, sarà Radice a dire che è chiaro, «è facile gridare al trasformismo». Ma forse il “passaggio†da una coalizione all’altra nel giro di poco tempo (i Dec e altri forze moderate hanno corso con il centrodestra alle recenti amministrative) «sembrerebbe eccessivo». E’ una questione «complessa, ancora aperta». Ci vanno cauti. Anche perché - sarà più esplicito Belisario - se «De Filippo (riconfermato nella corsa a governatore per il centrosinistra,ndr) pensa di poter fare, con i membri dell’Api, surrettiziamente una lista “del presidenteâ€, non ci trova d’accordo». E poi, ora che listino è stato abolito, «che ognuno corra con le sue forze. Nè quelli che si aggiungono all’ultimo momento alla coalizione devono entrare subito nel governo. Un po’ di anticamera fa bene».

    I dipietristi ci provano «con liste credibili», memori dei dati che alle recenti competizioni di giugno hanno consegnato un discreto divario tra i voti del partito alle europee e alle comunali.

    La possibile candidatura di Magdi Allam come guida del centrodestra? Belisario non è abituato «a mettere il naso nei problemi di casa altrui. Evidentemente la direzione del Pdl ha pensato di avere uomini più rappresentativi all’esterno». Ma sullo stesso tema altri frenano l’entusiasmo. «Non sottovaluterei alcune questioni – dice Radice - a partire dall’attenzione che questa personalità potrebbe catalizzare nell’elettorato cattolico, né vale la pena puntare sulla sua estraneità: non è forse vero che ci sono lucani, amministratori per anni, che nei paesi di montagna e di periferia non sono mai andati?». Di sicuro, però, con questa eventualità, «si alzerebbe il livello del confronto politico».

    Enrico Mazzeo Cicchetti è tra i candidati del partito. Lui, medico, non ha dubbi nel citare il settore su cui lavorare. La sanità, «in cui non c’è programmazione, ma gestione del quotidiano», per cui si riformano gli assetti per semplificare, «ma si moltiplicano i distretti e i piccoli direttori». Solo riprendendo questi principi «potremmo tendere la mano a quanti si sono allontanati». Del circolo Giugni dimissionario a Matera, dell’addio della potentina Anna Rivelli, non si parla. Ma il richiamo è a quanti hanno espresso un dissenso interno. «E’ tempo di dimostrare - dice - che a certi principi non abbiamo rinunciato».

     

    Dal Quotidiano della Basilicata  del 24.01.2010

     

     

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