L’Italia tra memoria, conflitto e progetto

«Lo scorso anno – dichiara il Presidente dell’Eurispes, Prof. Gian Maria Fara – fummo i soli a sostenere che la crisi finanziaria non avrebbe inferto colpi irreparabili all’economia italiana e che sarebbe stata di breve durata. Così, mentre molti economisti prevedevano sventure, noi vedevamo possibile una sia pur lieve ripresa già a partire dalla fine del 2009. I fatti dimostrano che le nostre analisi erano corrette e libere da pregiudizi politici.

Bastava voler guardare la realtà delle cose per capire che le peculiarità strutturali del nostro sistema finanziario ed economico, nel bene e nel male, ci avrebbero tenuto ai margini della tempesta che si stava abbattendo sugli Stati Uniti, sul Regno Unito e su una parte dell’Europa.

Il risparmio e la forte capitalizzazione delle famiglie, la tradizionale riluttanza delle banche alla erogazione del credito, un sistema bancario composto anche, e per fortuna, da piccoli istituti fortemente legati al territorio e poco avvezzo alla proiezione internazionale, un sommerso che il nostro Istituto valuta in circa il 35% del Pil ufficiale, e tanto altro ancora, hanno svolto, come noi stimavamo, la funzione di ammortizzatore della crisi. Naturalmente – prosegue il Presidente dell’Eurispes – eravamo consapevoli che il nostro sistema avrebbe subìto comunque dei danni giacché nel tempo della finanza globale il default di pezzi interi del sistema finanziario anglo-americano non poteva non produrre ricadute anche nel nostro Paese. La più grave è stata probabilmente la stretta creditizia attuata da molte banche con la conseguente chiusura di numerose piccole imprese e attività professionali e commerciali e con la perdita di un consistente numero di posti di lavoro.

Noi avvertivamo però il rischio che l’attenzione del Paese potesse essere distolta, con la paura di un crollo dell’economia, dalle vere cause del malessere italiano e perciò fosse ulteriormente prorogata la cosiddetta fase di transizione nella quale la Repubblica è impantanata da quasi vent’anni.

È infatti questo il tempo che è trascorso dal crollo della Prima Repubblica ad oggi. È un tempo insopportabilmente lungo giacché adesso i ragazzi che avevano venti anni sono diventati quarantenni e magari sono anche precari, mentre chi allora aveva quarant’anni è ormai sulla soglia della pensione.

Nel frattempo – prosegue il Presidente dell’Eurispes –, è diventato chiaro che il modello di sviluppo elaborato dalla classe dirigente nel dopoguerra si era praticamente esaurito dopo aver trasformato un paese agricolo in una delle prime dieci potenze economiche. Quel modello era basato su un diffuso reticolo di imprese manifatturiere che trasformavano materie prime importate. Un compito che oggi assolvono, nel quadro di una economia globalizzata, giganti come la Cina e l’India a costi molto più bassi.

La fine di quel modello di sviluppo coincise con la fine di una classe dirigente che, con poche eccezioni, non aveva saputo comprendere, interpretare e governare i cambiamenti.

Il fatto è che da allora l’Italia è una sorta di cantiere aperto che non si riesce a chiudere perché nessuno ha le idee chiare su che cosa si deve costruire.

Un cantiere popolato da una moltitudine di litigiosi aspiranti architetti che non riescono a mettersi d’accordo perché, in definitiva, non hanno nessun vero interesse a che i lavori partano e si concludano. Questi infatti sono i figli e i padroni della transizione infinita interessati, più che alla prospettiva, al mantenimento dello statu quo. Il rischio è che, come nella legge del pendolo, si passi dal pessimismo cupo dei primi mesi del 2009 ad una sconsiderata e superficiale euforia da scampato pericolo. Occorre invece far tesoro del vantaggio, anche immeritato, che ci è stato concesso dal non essere stati travolti, come si temeva, dalla crisi per ragionare sul vero stato del Paese, elaborare un censimento dei bisogni e delle possibilità e lavorare senza sosta per chiudere la transizione. Soprattutto considerando che mantenere il cantiere aperto comporta un costo altissimo per la nostra economia ed un rischio per la tenuta stessa della democrazia.

Non abbiamo timore di essere accusati di eccessivo allarmismo, ma dal nostro osservatorio cogliamo segnali preoccupanti di disagio, di distacco, quando non di ostilità nei confronti delle Istituzioni che aspiranti capipopolo vorrebbero cavalcare.

Ma, intanto – conclude Fara – proprio la mancanza di un progetto segna pesantemente il presente, mortifica le attese degli italiani e impedisce di immaginare e costruire il futuro».

Proprio per segnalare la mancanza di un progetto, il Prof. Fara denuncia il fatto che il Ministero per i Beni e le Attività Culturali ogni anno non riesca a spendere circa la metà della propria dotazione, come emerge dai dati contenuti nel Rapporto di quest’anno: «Da più parti si segnala l’assenza di risorse adeguate per la ricostruzione del centro storico de L’Aquila. Che cosa aspetta il Ministero ad utilizzare lo strumento giuridicamente previsto della rimodulazione della spesa e a destinare una percentuale anche minima (5%-10%) alla ricostruzione della città? In una logica di proiezione triennale si renderebbero disponibili tra i 70 e 150 milioni di euro che darebbero un forte stimolo alla ripresa economica e sociale.

Tutto ciò crea una distanza e una frattura tra la politica e il Paese reale. A testimonianza di questo distacco, i dati emersi dalla rilevazione del grado di fiducia nelle Istituzioni ha evidenziato una tenuta delle Istituzioni di garanzia, come quella del Presidente della Repubblica, della magistratura e delle Forze dell’ordine, e una marcata distanza tra i cittadini i partiti e il sindacato».

Queste, alcune delle indicazioni che emergono dal Rapporto Italia 2010. Il Rapporto, alla sua 22a edizione, è stato costruito, per scelta metodologica, attorno a sei dicotomie, illustrate attraverso altrettanti saggi accompagnati da sessanta schede fenomenologiche. Vengono affrontati quindi, attraverso una lettura duale della realtà, temi che l’Istituto ritiene rappresentativi, anche se non esaustivi, della attualità politica, economica e sociale del nostro Paese.

Le dicotomie tematiche individuate per il Rapporto Italia 2010 sono: Crescita/Declino • Pubblico/Privato • Inclusione/Esclusione •  Rischio/Sicurezza • Tradizione/Tendenza • Spirito/Materia

L’indagine condotta quest’anno ha toccato le tematiche e i fenomeni correlati a ciascuna delle sezioni che compongono il Rapporto i quali hanno stimolato nel corso degli ultimi mesi, e non solo, il dibattito e l’interesse dell’opinione pubblica. In particolare, hanno partecipato e contribuito a delineare il quadro degli orientamenti presenti nella compagine della nostra società ben 1.191 cittadini che tra il 21 dicembre 2009 e l’11 gennaio 2010 hanno dato risposta alle domande dei ricercatori dell’Eurispes presenti su tutto il territorio.

 

Consumi ed economia quotidiana

Negli ultimi anni si è verificata una contrazione degli standard qualitativi e quantitativi di vita, mantenuti molto spesso ricorrendo ad un sempre più massiccio indebitamento. Ne sono prova la forte crescita del credito al consumo e il proliferare sul mercato di società finanziarie e di strutture che erogano finanziamenti a tassi non sempre del tutto sostenibili. Un altro fenomeno, ben noto ai direttori di banca, è quello scaturito dalla difficoltà delle famiglie del ceto medio di arrivare alla fine del mese. Sempre più spesso le famiglie utilizzano le carte di credito per potere accedere ai beni di consumo giornaliero, consapevoli che questo sistema offre la possibilità di posticipare i pagamenti al mese successivo. Anche l’aumento delle tariffe di alcuni servizi di pubblica utilità penalizzerà ulteriormente, nel corso dell’anno, le famiglie italiane. Soltanto negli ultimi mesi del 2009 i dati hanno manifestato segnali di ripresa economica.

Rispetto ai risultati del sondaggio realizzato nel 2008 dall’Eurispes, si registra una crescita dei pessimisti: la percentuale degli italiani che considera la situazione economica del nostro Paese nettamente peggiorata è del 47,1% nel 2010 contro il 37,6% di due anni prima. Pur se di poco, in aumento anche chi considera lievemente peggiorata l’economia italiana (32,2% contro il 31,9% del 2008). Quest’anno inoltre, sono diminuiti gli ottimisti che definiscono la nostra economia essere nettamente (0,7%) o lievemente (4,9%) migliorata nel corso degli ultimi dodici mesi (nel 2008 erano rispettivamente l’1,2% e il 8,9%).

Sul fronte della situazione economia individuale, la più alta percentuale di intervistati ritiene che la propria situazione finanziaria sia rimasta sostanzialmente invariata nell’ultimo anno (32,9%), nonostante la percentuale di coloro che, viceversa, ritengono che la situazione finanziaria sia lievemente peggiorata (30,2%) o molto peggiorata (29,1%) sia tutt’altro che trascurabile. Complessivamente, il 59,1% esprime, infatti, un giudizio negativo sulla propria situazione finanziaria, contro un modesto 6,9% che la valuta lievemente migliorata o molto migliorata (rispettivamente 4,9% e 2%).

I risultati del sondaggio confermano le previsioni dell’Eurispes quando, già negli anni Novanta e successivamente nel 2005, ipotizzava la formazione di una “società dei tre terziâ€, dove un terzo vive all’interno di una zona di sicuro disagio sociale e indigenza economica, un terzo appare assolutamente garantito e la fascia centrale vive in una condizione di instabilità e di precarietà. Proprio all’interno dei ceti medi si manifesta in forme sempre più evidenti il fenomeno della “povertà fluttuanteâ€.

Nonostante le difficoltà, crescono i sentimenti di fiducia e di ottimismo per il futuro. Rispetto ai risultati del sondaggio realizzato nel 2008, è quasi raddoppiata la percentuale di quanti si dicono convinti di un futuro economico migliore per il nostro Paese (18,3% rispetto al 10,9% del 2008). Di conseguenza si riduce al 36,3% la quota di quanti prevedono che la situazione peggiori nei i prossimi dodici mesi. Il 37,5% degli italiani, infine, sostengono che nel nostro Paese la situazione economica resterà sostanzialmente invariata. La percentuale di quanti prevedono ulteriori peggioramenti dell’economia italiana, mentre è elevata tra gli elettori di sinistra (49,4%) e tra quelli che non si sentono rappresentati da alcuna area politica (45,3%), si abbassa notevolmente tra i cittadini politicamente orientati al centro (24,6%), centro-destra (25,4%) e destra (25,8%). Previsioni ottimistiche emergono principalmente tra gli elettori di centro-destra (29,6%).

I prezzi finalmente si bloccano? Interpellati sull’andamento dei prezzi, poco più della metà degli italiani (56,8%) sostiene che nel corso dell’anno appena passato questi siano aumentati. Il dato tuttavia è in netta diminuzione (di ben 26 punti percentuali) rispetto alla rilevazione dello scorso anno, quando si attestava all’83,4%. Si registra invece un aumento significativo di quanti segnalano che non vi è stata alcuna variazione dei prezzi (dal 10,9% del 2009 al 35% del 2010). Contenuto, anche se in leggero aumento, il numero di quanti sostengono che nel corso dell’anno, i prezzi in Italia abbiano subìto un decremento: il 4,9% contro il 3,3% del 2009.

Il settore più colpito dall’aumento dei prezzi è rappresentato da quello alimentare: l’88,9% sostiene ci sia stato un aumento. Aumenti significativi anche sul fronte del costo del carburante per le auto (86,3%), dei pasti e delle consumazioni fuori casa (76,3%), dell’abbigliamento e del settore calzaturiero (74,9%) e dei trasporti (74,9%). Seguono le spese per la salute (74,3%), e quelle per la cura della persona (69,1%). Il settore immobiliare fa registrare un aumento dei prezzi soprattutto nel caso degli affitti (il 66,7%), mentre nel 56,6% dei casi si è riscontrato nel mercato della compravendita immobiliare. Gli aumenti hanno anche interessato i viaggi e le vacanze (57,1%) e l’arredamento e i servizi per la casa (56,6%) e, in misura minore, le spese telefoniche e per computer (46,4%) insieme a quelle relative alla fruizione culturale (48%).

Un passo indietro… adattabilità in tempi di crisi. Se il 75,3% degli italiani riduce le risorse destinate ai regali, il 72,5% taglia le spese per i pasti fuori casa e il 70,9% privilegia l’acquisto di prodotti di abbigliamento presso punti vendita più economici come grandi magazzini, mercatini, outlet o comunque aspetta il momento favorevole per gli acquisti con i saldi (68,3%). Sul fronte alimentare si cambia marca di un prodotto se più conveniente (69,9%) o ci si rivolge in misura maggiore ai discount (55%). Si riducono anche le spese per il tempo libero (60,5%) e quelle per i viaggi e le vacanze (65,2%).

Quasi la metà del campione (48,4%) confessa che, ad un certo punto del mese, incontra difficoltà a far quadrare il proprio bilancio familiare. Si tratta comunque di un dato in calo rispetto al 2009 quando raggiungeva quota 53,4% (-5%). Allo stesso tempo, coloro che non denunciano una simile condizione rimangono al 45% circa, come nella precedente rilevazione. Per quanto riguarda il mercato dell’usato, gli italiani mostrano di essere più selettivi: se da un lato preferiscono ridurre il superfluo, dall’altro acquistano prodotti usati “soltanto†nel 18,3% dei casi.

Segnali di ripresa. Rispetto allo scorso anno, sono in diminuzione le famiglie che hanno necessità di utilizzare i risparmi familiari (42,9% del 2010 contro il 51,2% del 2009) o che hanno difficoltà a pagare la rata del mutuo (23,3% del 2010 contro il 34,3% del 2009) o il canone d’affitto (18,1% del 2010 contro il 23,1% del 2009). Il 30,8% delle famiglie italiane inoltre, riesce a risparmiare qualcosa mentre è pari al 66% (sostanzialmente in linea con quella dello scorso anno) la percentuale delle famiglie italiane che riesce a raggiungere l’oramai ambito traguardo della “fine del meseâ€.

Sul fronte del risparmio per il 2010, complessivamente il 38,5% dei cittadini fa emergere segnali ottimistici: se il 9,6% degli interpellati è certamente convinto di riuscire a risparmiare qualcosa nel corso del prossimo anno (nel 2009 erano il 7,8%%), il 28,9% (27,2% nel 2009) nutre l’intenzione (pur non essendo sicuro) di riuscirci. Tuttavia, prevale la quota dei pessimisti: il 34,1% prevede con molta probabilità di non riuscire a risparmiare nulla nel prossimo anno ed il 19,8% ne è proprio sicuro (nel 2009, comunque, queste due opzioni facevano registrare rispettivamente il 38,2% e il 20,9%).

 

Italiani e banche: un “rapporto costosoâ€

L’attuale crisi economico-finanziaria mondiale, che la quasi totalità degli analisti non esitano a definire la peggiore dopo la Grande Depressione del 1929, ha avuto inizio con l’accumularsi dei default di molteplici mutui subprime ed il seguente crollo dei prezzi delle abitazioni.

L’obiettivo prioritario della politica di intervento adottata da Istituzioni internazionali, europee e nazionali per arginare gli effetti della crisi, è stato impedire, anzitutto, il crollo del sistema creditizio globale e ristabilire un clima di fiducia nei mercati, garantendo la solvibilità degli istituti di credito maggiormente in difficoltà. L’importo complessivo degli aiuti al sistema bancario è cresciuto contestualmente all’aggravarsi della crisi finanziaria, fino a raggiungere la cifra esorbitante di 3.000 miliardi di euro (più o meno il doppio del Pil italiano), di cui 1.264 miliardi di euro solo in Europa (49 istituti destinatari).

Tali interventi non si sono, tuttavia, tradotti in un incremento dei prestiti destinati dal sistema creditizio europeo al settore privato: ad ottobre 2009, i prestiti a famiglie e aziende nell’area euro hanno registrato un calo dello 0,8% su base annua e dello 0,3% su base mensile. Si tratta di un calo significativo, riconducibile certamente alla più ampia crisi economico-finanziaria in atto, ma, in parte, anche alla tendenza delle banche destinatarie degli aiuti dei rispettivi governi, ad impiegare tali risorse finanziarie per operazioni di investimento piuttosto che per aumentare i prestiti alle famiglie e alle imprese.

Serve, in altri termini, quello che lo stesso Presidente della Bce ha definito un cambio di mentalità radicale, che porti il mercato finanziario ad essere al servizio dell’economia reale e non il contrario. La necessità di riportare l’economia reale al centro della finanza e l’urgenza di mitigare il problema dell’esclusione dal credito, rappresentano le due premesse dell’indagine campionaria realizzata per valutare il rapporto tra gli italiani e le banche.

La domanda di prestiti bancari. Un primo filone dell’indagine, realizzata dall’Eurispes relativamente al rapporto tra banche e famiglie, è dedicato all’analisi della domanda di prestiti bancari in una prospettiva temporale di medio/lungo termine (ultimi 3 anni), con l’obiettivo di individuare con quale frequenza i cittadini si rivolgono agli istituti bancari, quali sono le principali motivazioni e l’ordine di grandezza del prestito concesso.

Circa un terzo degli intervistati o delle loro famiglie (34,2% del totale) si è rivolto, negli ultimi tre anni, a forme di finanziamento esterno e, più precisamente, a prestiti bancari, ritenendo l’accesso al credito bancario l’unico modo per sostenere il proprio tenore di vita o, più in generale, per poter far fronte a spese per l’acquisto di beni e servizi vari. La necessità di chiedere un prestito bancario cresce in funzione della classe di età di appartenenza, passando dal 27,7% di chi ha tra 18 e 24 anni, al 38% tra i 45-64enni, per poi ridursi di oltre otto punti percentuali tra gli over65 (29,5%). Le persone che vivono una condizione di maggiore difficoltà economica, perché in cerca di nuova occupazione, sono quelle che si rivolgono più spesso alle banche (37,8%) insieme a quanti sono invece già occupati (37,7%), mentre le percentuali minori si riscontrano tra casalinghe/i, studenti e pensionati (rispettivamente 28,2%, 27% e 26,3%).

Quali sono le motivazioni per le quali ci si rivolge alle banche? Le richieste più frequenti sono per prestiti bancari diretti all’acquisto della casa (mutui ipotecari) o per saldare prestiti contratti con altre banche/finanziarie (rispettivamente 47,7% e 33,2%). Sotto la soglia del 20% si attestano i prestiti bancari erogati per matrimoni o altre ricorrenze (17,7%) e per spese di carattere medico e vacanze (rispettivamente 10,6% e 1%). La maggioranza assoluta degli intervistati si è rivolto alle banche per prestiti di importo inferiore a 30.000 euro (52,8% del totale), con percentuali significativamente eterogenee in funzione della classe di età di appartenenza (dal 45,5% dei prestiti bancari di importo inferiore a 30.000 tra gli individui di età compresa tra 35 e 44 anni, al 68,3% per i giovani tra 18 e 24 anni) e dell’area geografica di appartenenza (l’incidenza dei prestiti bancari di importo inferiore a 30.000 euro varia dal 30,2% nel Nord-Est al 64,6% delle Isole).

Il giudizio degli italiani sulle banche. Relativamente all’onerosità dei prestiti bancari, il giudizio degli italiani è decisamente negativo, dal momento che la maggioranza di coloro che ha avuto accesso al credito bancario, negli ultimi tre anni, ritiene che il tasso di interesse applicato sia alto (45,7%). Uno su tre (32,2%) ritiene, viceversa, che il tasso di interesse applicato al prestito bancario concesso sia adeguato e poco più di uno su dieci (14,5%) che sia contenuto.

La maggioranza assoluta considera le banche come soggetti cui rivolgersi per far fronte a spese altrimenti insostenibili per il proprio reddito e risparmio, ma non pensa che il sistema bancario sia in grado di farsi carico pienamente dei problemi o delle necessità dei cittadini. In particolare, l’86,1% ritiene che il sistema bancario italiano non sia in alcun modo o poco in grado di farsi carico dei problemi e delle necessità delle famiglie (rispettivamente il 46,6% e il 39,5%); l’8,8% che sia abbastanza in grado e solo lo 0,7% molto in grado, mentre il residuo 4,5% non esprime un proprio giudizio a riguardo.

Il 55,2% degli italiani è inoltre molto convinto che le banche diano credito solo a chi dimostra già di possedere beni, mentre il 33,6% ne è comunque abbastanza convinto. Il 47,7% è molto convinto del fatto che le banche siano troppo esose, mentre il 36,4% ne è abbastanza convinto, dunque questa opinione sembra essere piuttosto diffusa dal momento che cumulativamente raggiungono una percentuale dell’84,1%.

Il 43,4% degli intervistati si dichiara molto convinto che le banche raccolgano i risparmi dei piccoli e finanzino i grandi, con un ulteriore 32,3% che si dichiara abbastanza convinto di tale realtà.

È piuttosto diffusa tra i cittadini l’idea che le banche diano credito ai potenti indipendentemente dalle garanzie, dal momento che il 40,1% condivide molto questa affermazione ed un ulteriore 31,4% si dichiara abbastanza convinto.

Gli italiani non sembrano condividere molto l’idea che le banche siano importanti perché finanziano le imprese e la crescita dell’economia, ed infatti se ne dichiara abbastanza convinto il 34,2% e poco convinto il 32,1%, mentre solo 16,5% condivide molto tale affermazione.

Il 46,4% degli intervistati, infine, dichiara di non condividere per niente l’affermazione secondo cui le banche sono sensibili nei confronti delle necessità delle famiglie, mentre il 39,4% se ne dichiara poco convinto.

La qualità dei servizi offerti dalle banche è un ulteriore elemento rispetto al quale viene espresso un giudizio molto negativo, negativo o solo sufficiente (complessivamente il 78,4% dei cittadini, circa tre su quattro), contro il 12,3% che esprime un giudizio positivo e il 2,5% molto positivo. Tuttavia, nel 52,1% dei casi i clienti ritengono che i servizi offerti dalle loro banche siano qualitativamente adeguati alle loro esigenze (giudizio sufficiente).

Le “altre economieâ€: un mercato da più di 800 miliardi di euro. L’economia ecosostenibile, etica, solidale e responsabile si è trasformata da un fenomeno marginale e trascurabile ad un fenomeno sempre più globale, in grado di contribuire in maniera significativa allo sviluppo economico mondiale. Per attribuire un valore economico a tale trasformazione, si è deciso di verificare, singolarmente, le dinamiche registrate negli ultimi anni dai consumi nei settori dell’agricoltura biologica, del commercio equo e solidale, dell’energia rinnovabile e della finanza etica.

Sulla base di tali dinamiche e con riferimento al 2007, l’Eurispes ha stimato il consumo di energia rinnovabile e di prodotti dell’agricoltura biologica, del commercio equo e solidale e della finanza etica, in circa 810 miliardi di euro nel Mondo, 122 miliardi di euro in Europa e 10 miliardi di euro in Italia (con un incidenza sul consumo mondiale ed europeo, rispettivamente, dell’1,2% e dell’8,2%).

 

Servizi e disservizi nell’Italia delle privatizzazioni

Si discute da più parti sul tema della liberalizzazione dei servizi pubblici e sulla sua eventuale capacità di migliorare l’efficienza delle imprese, offrire servizi di maggiore qualità e risolvere i problemi di incapacità gestionale. Dai risultati della rilevazione dell’Eurispes emerge che il 61,9% dei cittadini reputa alquanto deludente la qualità dei servizi messi a disposizione nel nostro Paese. Scende, invece, di gran lunga la quota di coloro i quali giudicano l’efficienza delle prestazioni erogate abbastanza (19,3%) o per niente (15,5%) accettabile. Del tutto marginale è la percentuale di quanti ritengono molto soddisfacente l’attuale modello organizzativo e gestionale dei servizi (0,6%).

La qualità dei servizi nell’Italia delle privatizzazioni: Enel, Italgas e Poste i più apprezzati. Negli ultimi anni si è proceduto alla privatizzazione di alcuni servizi pubblici con l’obiettivo di migliorare il funzionamento delle aziende e di ottenere maggiore competitività. Tuttavia, tale processo economico ha in parte deluso le aspettative degli italiani, la gran parte dei quali giudica mediocre i servizi erogati da società quali: Telecom (48,7%), Alitalia (44,2%), Ferrovie dello Stato (41,7%) che raccolgono tra gli altri il giudizio peggiore (il 31,2% valuta pessimo il servizio), e Autostrade SpA (39,2%). Buono è, invece, il giudizio prevalente espresso dagli intervistati per Enel (47%), Italgas (42,8%) e Poste SpA (41,1%). Seppure Poste SpA ed Enel, infine, sono le aziende che raccolgono più delle altre un giudizio sull’ottima qualità dei loro servizi (entrambe al 3,8%).

È emerso inoltre che il passaggio verso un sistema gestionale privato non ha portato significative variazioni dal punto di vista dell’erogazione delle prestazioni verso gli utenti finali del servizio. Nel caso di Poste SpA, il 38,6% degli intervistati considera invariata la qualità dell’offerta, anche se vale la pena sottolineare che secondo molti la privatizzazione dell’azienda ha portato ad un miglioramento della sua capacità di soddisfare le esigenze dei clienti (32,7%), mentre gli insoddisfatti per il servizio erogato sono il 20%. Per quanto riguarda Telecom, non sono stati notati particolari cambiamenti sul piano delle prestazioni rivolte al mercato degli utenti finali (47,3%), solo il 14,7% apprezza il cambiamento avvenuto e il 26% è convinto che il servizio sia peggiorato. Discorso analogo per il gruppo Ferrovie dello Stato che registra una percentuale pari al 38,1% di clienti che valutano il servizio offerto invariato rispetto al periodo precedente alla privatizzazione. In molti, tuttavia, trovano peggiorate le prestazioni offerte (35,3%), mentre, solo il 17% ha visto un miglioramento sostanziale.

Nel caso di Autostrade SpA, coloro che giudicano sostanzialmente immutata la qualità delle prestazioni sono pari al 49,7%, il 20,4% da una valutazione in senso peggiorativo e solo il 16,3% intravede margini di miglioramento. Più della metà del campione (51,5%) non riscontra particolari cambiamenti nelle modalità di distribuzione del servizio dell’Enel. Si attesta inoltre su buoni livelli (20,2%) la percentuale dei clienti secondo i quali il passaggio al sistema di gestione privato ha portato dei miglioramenti alla qualità del servizio offerto. Ad essa fa eco il 13% di quanti percepiscono, invece, un peggioramento dell’offerta.

Vanno segnalati, infine, i casi di Alitalia e Italgas. Per la prima di queste aziende è evidente che la percentuale di italiani che giudicano negativamente il passaggio alla privatizzazione è superiore a quello delle altre opzioni di risposta (38%). Nel caso di Italgas, invece, occorre rilevare che sono in molti a non aver saputo dare un giudizio sulla qualità del servizio offerto nel periodo successivo al sistema di gestione privato (22,9%), segno, forse, che il cambiamento aziendale non è stato particolarmente avvertito dal lato della domanda, così come testimonia l’alta percentuale di chi giudica sostanzialmente invariato il servizio offerto (48,7%).

I servizi e gli Enti pubblici che li erogano. Per avere un quadro completo della qualità dei servizi nel nostro Paese, l’Eurispes ha indagato, oltre al panorama delle aziende che hanno vissuto il passaggio dalla gestione pubblica alla privatizzazione, anche l’opinione che gli italiani hanno della qualità delle prestazioni messe a disposizione dei cittadini da parte di Enti pubblici quali Amministrazioni centrali e locali, ospedali, Enti previdenziali, scuola, ecc..

In linea generale, il livello di qualità espresso è considerato mediocre. In particolare, nel caso delle Amministrazioni centrali, tale giudizio è stato condiviso dal 59,7% dei cittadini, mentre una percentuale più contenuta valuta negativamente la capacità di soddisfare le esigenze dei cittadini (14,9%). Di poco inferiore è la quota di coloro che esprimono un’opinione positiva a riguardo (14,5%).

Il 51,8% degli italiani considera mediocre il grado di qualità dei servizi offerti dalle Amministrazioni locali che possono contare sul sostegno del solo 20,6% che considera buono l’insieme delle prestazioni offerte al pubblico, a cui si unisce l’1,4% di coloro che attribuiscono un giudizio “ottimoâ€. Il 17,7% ritiene invece che le Amministrazioni locali abbiano una pessima capacità di andare incontro alle esigenze dei propri utenti. Nel 49,3% dei casi il giudizio sulle strutture ospedaliere è mediocre, tuttavia, occorre considerare che il 32,4% del campione valuta positivamente la qualità dei servizi (nello specifico: 30,3%-buono; 2,1%-ottimo). Solo il 13,2% ha invece manifestato un giudizio assolutamente negativo a riguardo. Al di sotto della sufficienza è anche la considerazione sui servizi offerti dagli Enti previdenziali (mediocre-49,5%). La restante parte del campione si divide, invece, tra un 24,2% che esprime una valutazione positiva sull’argomento e il 12,3% di quanti non apprezzano affatto l’offerta messa a disposizione dei cittadini.

Sul piano della formazione scolastica e dei servizi che essa offre a bambini e ragazzi, gli italiani mantengono un atteggiamento nel complesso critico: la maggior parte delle risposte date si concentra su un giudizio che non supera la mediocrità (47,2%). Nel 34% dei casi, gli intervistati si aprono a considerazioni meno critiche verso il sistema di istruzione del nostro Paese (buono: 30,6%; ottimo: 3,4%).

L’amministrazione della giustizia non sembra dare ai cittadini la sensazione di assicurare un servizio adeguato alle aspettative: oltre la metà del campione ha una considerazione mediocre del sistema nel suo complesso (51,2%). A tale dato si associa il 19,7% di coloro che valutano in modo assolutamente negativo l’argomento. Solo il 21,2% (buono: 19,%; ottimo: 2%) del campione manifesta apprezzamento per il servizio offerto dall’amministrazione della giustizia.

Nell’ambito della sicurezza e della garanzia dell’ordine pubblico, il 42,7% dei cittadini manifesta un giudizio che non va oltre il “mediocreâ€, al quale si affianca il 12,1% di quanti esprimono totale pessimismo a riguardo. Tuttavia, va considerato che il 39,9% valuta positivamente l’operato di coloro che offrono servizi al pubblico in questo settore. Esigua appare, invece, la distanza percentuale tra coloro che danno un giudizio negativo sull’organizzazione della difesa nazionale (44,6%, di cui: 35,6%-mediocre; 9%-pessima) e quanti attribuiscono ad essa una valutazione tendenzialmente buona (37,4%) o ottima (5,3%).

L’informazione: un servizio libero? Tra i servizi che un paese offre ai propri cittadini rientra, in un certo senso, anche la possibilità di poter aver accesso a canali informativi che siano facilmente fruibili da ampi strati della popolazione affinché ciascuno possa formarsi un’opinione personale sui diversi fatti che accadono quotidianamente. È sembrato dunque opportuno indagare l’opinione sulla qualità di questo particolare tipo di servizio, sul quale lo Stato dovrebbe vigilare allo scopo di garantire la maggiore libertà di espressione possibile. Per il 53,1% degli italiani, il sistema informativo del nostro Paese non può essere considerato libero da influenze esterne. Di parere opposto appare, invece, il 39% che valuta i media italiani lontani da qualsiasi rischio di condizionamento. A ritenere libera l’informazione nel nostro Paese sono prevalentemente coloro che si identificano negli schieramenti politici di centro-destra (51,9%) e di destra (49,2%). Al contrario, la possibilità di esprimersi attraverso i media trova consistenti ostacoli alla sua piena realizzazione secondo l’opinione espressa da chi si dichiara vicino alle idee della sinistra (63,6%) o del centro-sinistra (56%), ma anche da quanti non si sento rappresentati da nessun partito (61,5%).

 

Il costo sociale ed economico dell’insicurezza

Infortuni sul lavoro: un conto da più 40 miliardi di euro l’anno. Nel 2008, gli infortuni sul lavoro sono stati 874.940 (37 ogni 1.000 occupati). Considerando un costo per singolo infortunio di circa 50.000 euro, i costi economici e sociali hanno superato i 43,8 miliardi di euro, pari al 2,8% del Pil italiano dello stesso anno.

L’Eurispes stima che la riduzione del numero di infortuni sul lavoro genererebbe un risparmio economico compreso tra 438 milioni di euro (nell’ipotesi di diminuzione dell’1% del numero di infortuni),  quasi 2,2 miliardi di euro (diminuzione del 5%) e circa 4,4 miliardi di euro (diminuzione del 10%).

28 miliardi di buone ragioni per ridurre l’incidentalità stradale. Nel 2008, il numero di incidenti stradali è stato pari a 218.963 (+0,04% rispetto al 2007) e ha causato il ferimento e la morte, rispettivamente, di 310.739 persone (-4,6% rispetto al 2007) e 4.731 persone (-7,8% rispetto al 2007). Il costo medio di un incidente stradale è pari a 131.600 euro (Istat). Quindi, il costo complessivo degli incidenti stradali nel 2008 è di 28,8 miliardi di euro. Il costo degli incidenti nel solo 2008, 28,8 miliardi di euro, equivale ad un costo pro capite per la collettività di circa 480 euro l’anno.

Secondo i calcoli dell’Eurispes, il risparmio economico che deriverebbe dalla messa in sicurezza della rete stradale e dal minor numero di incidenti potrebbe essere compreso tra 288 milioni di euro (nell’ipotesi di diminuzione dell’1% del numero di incidenti stradali), 1,4 miliardi di euro (diminuzione del 5%) e 2,8 miliardi di euro (diminuzione del 10%).

Incidenti sul lavoro e stradali: 72,6 mld di euro di costi economico-sociali. Il lavoro e la circolazione stradale sono i due àmbiti a più elevato impatto economico e sociale dell’insicurezza, stimabile per il solo 2008 a oltre 72,6 miliardi di euro, pari al 4,6% del Pil nazionale.

Insicurezza nelle infrastrutture energetiche. Con riguardo al settore dell’energia elettrica, una stima di una parte dei costi economici dell’insicurezza può essere realizzata considerando il numero, la durata e la frequenza delle interruzioni di corrente che si verificano annualmente sulla rete elettrica e causate, prevalentemente, da guasti sulla linea di alimentazione dell’utente o sulle linee ad esse connesse, guasti su reti interne di clienti e correnti d’inserzione di trasformatori e condensatori. Ci si riferisce, in particolare, alle interruzioni di corrente in bassa tensione, di durata superiore ai 3 minuti e senza preavviso, che, in quanto improvvisi e di lunga durata, arrecano maggiore danno economico all’utenza finale rispetto a interruzioni brevi (di durata inferiore ai 3 minuti) o interruzioni lunghe e brevi con preavviso.

Dato il numero medio di interruzioni subite da ciascun cliente in bassa tensione nel corso del 2007 (2,16) e il numero di clienti finali allacciati alla rete di distribuzione che hanno subìto tali interruzioni (35,8 milioni circa), è possibile stimare il numero complessivo di interruzioni di corrente senza preavviso e lunghe, in oltre 77 milioni (di cui il 33,1% al Sud, il 23,2% nelle Isole, il 17,1% al Centro, il 15,3% nel Nord-Ovest e l’11,3% nel Nord-Est), con un numero massimo di interruzioni di corrente in Sicilia, Campania, Lazio e Puglia (rispettivamente 14,6, 12,1, 7,4 e 6,5 milioni di interruzioni) e un numero di interruzioni inferiore ad un milione in Umbria, Friuli Venezia Giulia, Basilicata, Molise e Valle d’Aosta.

Ipotizzando un costo economico medio per minuto d’interruzione di 50 centesimi, l’Eurispes ha stimato il costo complessivo delle interruzioni lunghe senza preavviso verificatesi nel corso del 2007 in circa 1 miliardo di euro (0,07% del Pil nazionale dello stesso anno). La realizzazione di interventi finalizzati al miglioramento degli standard di sicurezza della rete di distribuzione elettrica consentirebbe di ridurre il rischio di interruzioni di corrente lunghe e senza preavviso e dei costi economici ad essi riconducibili, con un risparmio economico stimabile tra 10,3 milioni di euro (ipotesi di riduzione delle interruzioni elettriche dell’1%), 51,9 milioni di euro (riduzione del 5%) e 103,9 milioni di euro (riduzione del 10%).

 

Italiani, brava gente?

«Nei primi giorni di gennaio – dichiara il Presidente dell’Eurispes – abbiamo scoperto per puro caso, in seguito ai disordini scoppiati a Rosarno, che in Calabria, senza dubbio la regione più povera d’Italia, vi sono alcune migliaia di africani che per tre mesi raccolgono le arance e i mandarini e vivono in condizioni disumane svolgendo un lavoro prezioso che ormai nessun giovane calabrese accetta di fare. E mentre questo accade, decine di migliaia di calabresi vivono come emigranti in altri paesi svolgendo un lavoro che altri non vogliono fare.

Tutto dovrebbe ricondurci ad una riflessione onesta e serena sul fenomeno dell’immigrazione e considerare il fatto che essa possa costituire una ricchezza ed una opportunità anche per il nostro Paese, così com’è stato per altri.

Basti pensare a quei paesi dove la presenza e l’apporto di culture, etnie e religioni diverse hanno determinato la nascita di una civiltà e di una ricchezza straordinarie. Il problema vero è che su un tema delicato come questo occorre liberarsi dai pregiudizi e dalle visioni ideologiche e agire con pragmatismo e intelligenza. Deve essere chiaro comunque che i nostri ospiti devono rispettare le nostre leggi. E questa considerazione dovrebbe essere la bussola che orienta ogni politica sull’immigrazione.

Intanto, senza le centinaia di migliaia di badanti straniere la qualità della vita dei nostri anziani e di tante famiglie sarebbe messa in discussione.

Si ritorna ancora una volta alla questione del progetto. Se lasceremo ingovernato un fenomeno come questo, vi sarà chi penserà a gestirlo e a sfruttarlo anche politicamente per indebolire la nostra democrazia. Guai poi se a strumentalizzarlo fossero le associazioni mafiose.

Purtroppo – prosegue Fara –, anche sull’immigrazione si procede per schieramenti contrapposti; anzi, succede che una questione così delicata venga utilizzata strumentalmente attraverso slogan e semplificazioni che alimentano un clima di divisione, separatezza, quando non di odio, nella stessa opinione pubblica.

E mentre ciò accade non possiamo non dolerci della povertà che esprime il dibattito politico italiano».

 

L’Eurispes ha voluto sondare l’atteggiamento degli italiani nei confronti degli immigrati, l’esistenza di eventuali stereotipi sugli stranieri in Italia, i giudizi sull’operato del Governo in materia e le opinioni sui provvedimenti legislativi più opportuni per  affrontare il fenomeno migratorio nel nostro Paese.

Quasi la metà degli italiani (46,1%) ritiene che un atteggiamento di diffidenza nei confronti degli immigrati sia giustificabile, ma solo in alcuni casi. Il 22,8% definisce questo atteggiamento pericoloso, il 17,7% riprovevole, il 10,4% condivisibile.

L’opinione più diffusa sugli immigrati è che essi svolgano lavori che gli italiani non vogliono fare: (86,4%). Condivisa anche l’idea che gli immigrati aumentino la criminalità (64,7%) e quella che contribuiscano alla crescita economica del Paese (60,4%). Molti pensano inoltre che gli stranieri permettano un arricchimento culturale (59,1%). Minoritarie, ma non trascurabili, sono l’opinione che gli immigrati aumentino il rischio di malattie (35,6%) e quella che minaccino la nostra identità culturale (29,9%). Quasi un italiano su quattro pensa che gli immigrati tolgano lavoro agli italiani (24,8%).

La convinzione che gli immigrati tolgano il lavoro agli italiani risulta tanto più diffusa quanto più a destra si collocano gli intervistati: si passa infatti dal 17,3% dei soggetti di sinistra al 33,3% di quelli di destra. Un andamento simile si ritrova rispetto alla convinzione che gli stranieri aumentino il rischio di malattie (lo pensa il 25,9% dei soggetti di sinistra ed il 45% di quelli di centro-destra) e che minaccino la nostra identità culturale (lo pensa poco più di un quinto dei soggetti di sinistra, centro-sinistra e centro, a fronte del 43,9% di quelli di centro-destra e del 31,1% di quelli di destra). Gli immigrati aumentano la criminalità per il 51,2% del campione orientato a sinistra e per il 75% di quello di destra e centro-destra. Gli intervistati di destra, pur riconoscendo nella larga maggioranza dei casi che gli immigrati svolgono i lavori che gli italiani non vogliono svolgere, lo fanno in percentuale inferiore alla media (78,8%). L’affermazione secondo cui gli immigrati contribuiscono alla crescita economica del Paese è condivisa dai cittadini che si riconoscono nell’area politica, rispettivamente, di sinistra (71,6%), di centro-sinistra (68,4%), di centro (60,4%), di centro-destra (59,3%) e di destra (43,2%).

Capacità di accoglienza e contrasto all’immigrazione clandestina. Nella maggior parte dei casi (58,8%) si ritiene che la presenza di immigrati in Italia sia attualmente superiore alla possibilità ricettiva del territorio e dell’economia. Il 15,9% pensa invece che la presenza straniera sia proporzionata alle possibilità ricettive e il 13,3% che sia inferiore. Interrogato sul modo in cui il Governo dovrebbe contrastare il fenomeno dell’immigrazione clandestina, un terzo dei cittadini (33,6%), ritiene necessario inasprire i controlli alle frontiere, per ostacolare l’ingresso di stranieri senza permesso. Oltre un quarto del campione (25,5%) suggerisce di agevolare la regolarizzazione dei clandestini, rendendo cioè più facile ottenere il permesso di soggiorno. Per il 18,5% sarebbe opportuno erogare aiuti ai paesi di provenienza degli stranieri. Il 13,5%, infine, pensa che il Governo dovrebbe ridurre i visti di ingresso dai paesi dai quali provengono i flussi più consistenti. I soggetti di sinistra e di centro-sinistra sono i più propensi a favorire la regolarizzazione degli immigrati clandestini (rispettivamente 38,9% e 33,3%), a differenza di quelli di centro-destra (13,8%) e di destra (19,7%). Al contrario, a destra (43,9%) e al centro-destra (45%) sono più numerosi che fra quelli di sinistra (31,5%) e centro-sinistra (28,1%) coloro che suggeriscono di inasprire i controlli alle frontiere.

L’integrazione possibile. È opinione condivisa che lo Stato italiano dovrebbe favorire l’integrazione culturale (36,5%) e trarre benefici dalla pluralità delle culture (22,2%). Il 17,9% ritiene prioritario garantire ad ogni cultura di esprimere e conservare la propria identità, l’11,3%, invece, pensa che lo Stato dovrebbe assimilare gli immigrati alla nostra cultura. Prevale quindi l’idea che sia più giusto e proficuo uno scambio culturale improntato non alla sopraffazione o all’assimilazione, ma al rispetto ed all’arricchimento reciproco.

Intolleranza e xenofobia. A chi attribuire la responsabilità dell’ondata xenofoba in Italia? Il 31,7% degli italiani sottolinea la responsabilità dei media per il modo in cui diffondono le notizie sul tema, il 24,7% ritiene invece che gli episodi xenofobi siano la conseguenza del comportamento degli immigrati, il 17,2% fa riferimento alle politiche del Governo ed il 13,3% all’atteggiamento degli italiani.

Verso lo ius soli? Nella maggior parte dei casi (60,3%) si ritiene che può essere cittadino italiano anche chi è nato in Italia da genitori stranieri. Il 21,3% dei cittadini sottolinea che per aver diritto alla cittadinanza lo straniero nato in Italia deve anche essere educato in scuole italiane. Uno su dieci, invece, ritiene che sia necessario essere figlio di italiani per poter ottenere la cittadinanza.

La legge italiana attualmente in vigore prevede che i cittadini stranieri acquisiscano il diritto di richiedere la cittadinanza italiana dopo dieci anni di soggiorno regolare nel nostro Paese. Nell’ultimo anno si è sviluppato un acceso dibattito circa l’opportunità di abbreviare il periodo necessario per richiedere la cittadinanza da dieci a cinque anni. Interrogato sulla questione, il 36,8% dei cittadini ha dichiarato che l’intervallo di tempo più adeguato è di dieci anni, il 29,7% sostiene invece che sarebbe più giusto un intervallo di cinque anni, il 14,7% parla invece di sette anni. C’è anche un 9,2% secondo cui gli stranieri regolarmente residenti non dovrebbero mai aver diritto alla cittadinanza italiana. Per quanto concerne il diritto di voto, quasi la metà dei cittadini (49,1%), ritiene che gli stranieri regolarmente residenti, ma privi di cittadinanza, non debbano votare alle elezioni italiane. Un quarto degli intervistati (25,9%) pensa che gli stranieri regolari dovrebbero poter votare, ma solo alle elezioni amministrative, mentre per il 15,5% dovrebbero votare sempre. Quasi un cittadino su dieci (9,4%) non si esprime sull’argomento.

Le unioni miste. Basandosi sull’andamento della serie storica dei dati relativi ai matrimoni misti nel nostro Paese, è possibile stimare che, in proiezione, la tipologia di unioni che vede lo sposo di nazionalità italiana e la sposa straniera subirà nel 2010 un incremento percentuale di circa il 32% rispetto al 2007 (ultimi dati disponibili). Meno contenuto, ma pur sempre di segno positivo, dovrebbe essere invece l’incremento dei matrimoni tra stranieri e italiane (6% circa).

Single: nel 2010 +10% rispetto al 2007. Dal 2001 al 2007 i single nel nostro Paese sono aumentati da 5.592.381 a 6.910.716 (Istat). L’Eurispes ha stimato che, in proiezione, e quindi se il trend registrato negli ultimi 7 anni si manterrà costante, il numero dei single subirà nel 2010 un incremento percentuale di circa il 10,4% rispetto al 2007.

 

Gli italiani e cultura della salute

L’Eurispes ha voluto indagare il livello di soddisfazione degli italiani nei confronti del Sistema sanitario nazionale. Dall’analisi dei dati, emerge che la maggior parte dei cittadini, complessivamente il 56,3%, è poco (43,5%) e per niente (12,8%) soddisfatto dei servizi offerti, mentre il 41,7% apprezza i servizi offerti dalla sanità italiana abbastanza (37,2%) e molto (4,5%).

L’assistenza ospedaliera. Più in particolare, il grado di soddisfazione espressa nei confronti dell’assistenza ospedaliera trova un numero sostanzialmente pari di persone che si ritengono soddisfatte (48,6%) e di quanti invece non lo sono (47,9%). A dirsi abbastanza soddisfatto è il 43% degli intervistati, cui fa seguito il 37,6% di quanti gradiscono poco i servizi di assistenza reperibili all’interno delle strutture ospedaliere. Infine, il 10,3% è del tutto insoddisfatto dell’assistenza ospedaliera, contro il 5,6% che fa registrare un alto livello di apprezzamento.

Gli interminabili tempi di attesa. L’indice di gradimento nei confronti dei servizi offerti dal Ssn precipita se ad essere presi in esame sono i tempi di attesa all’interno degli ospedali. Il livello di insoddisfazione interessa infatti il 74,5% degli cittadini (il 37,5% è per nulla soddisfatto e il 37% lo è poco), contro il 21,3% di quanti si ritengono al contrario soddisfatti (il 14,1% lo è abbastanza e il 7,2% lo è molto). Le maggiori criticità si riscontrano al Centro (83,8%), nelle Isole (82,4%), mentre i residenti al Nord-Est lamentano in misura minore i tempi di attesa (65,3%).

La qualità delle strutture ospedaliere. In merito alla qualità delle strutture ospedaliere, il 43,8% degli intervistati si dice poco soddisfatto, il 35% abbastanza, il 13,8% per niente e il 4,2% molto, per un totale di 57,6% di persone che esprimono un parere negativo, contro un 39,2% di quanti si dicono al contrario soddisfatti.

Medici: i pazienti ringraziano. Giudizi positivi riguardano invece la competenza del personale medico in servizio presso gli ospedali pubblici, ammontando al 71,6% il favore dei cittadini rispetto al loro operato, contro 24,8% più scettico. In particolare, il 60,5% dei pazienti si dichiara abbastanza soddisfatto del personale medico che lavora negli ospedali, contro un 20,9% che lo è poco, l’11,1% che, al contrario, lo è decisamente e infine c’è il 3,9% di quanti affermano di essere per niente soddisfatti.

Anche per gli infermieri un giudizio positivo. Ad esprimere un giudizio positivo sulla professionalità degli infermieri che operano all’interno delle strutture ospedaliere pubbliche è il 60,4% degli italiani, contro il 36,2%. Più in particolare, il 50,6% si ritiene abbastanza soddisfatto e il 9,8% esprime un giudizio estremamente positivo, mentre il 27,6% si dice poco contento del lavoro degli infermieri e l’8,6% non lo è per niente.

I costi del ticket. Interrogati sul grado di soddisfazione nei confronti del costo del ticket, il 32,4% degli italiani risponde di esserlo poco, il 22,7% di non esserlo affatto, il 27,8% di esserlo abbastanza e l’11,3% di esserlo decisamente. In totale, dunque, esprimono un giudizio negativo riguardo al costo del ticket il 55,1% degli intervistati, mentre il 39,1% si dice abbastanza o molto soddisfatto del prezzo stabilito per il pagamento dei servizi messi a disposizione dalla macchina sanitaria italiana.

Che cosa non funziona nel nostro servizio sanitario? Più della metà dei cittadini (57,7%) attribuisce i casi di malasanità avvenuti in alcuni ospedali pubblici italiani ad una serie di fattori congiunti che fanno capo alle carenze strutturali degli ospedali pubblici (norme igieniche, sovraffollamento, ecc.), ai medici, ai tagli alla sanità, al personale infermieristico. A ben 41 punti percentuali di distacco troviamo, come seconda motivazione legata alla malasanità, le carenze strutturali degli ospedali pubblici (16,7%), seguite dalla responsabilità dei medici (12,4%), dai tagli alla sanità (7%) e dal personale infermieristico (1,2%).

Pubblico o privato? La differenza sta anche nel costo. Il 51,5% dei cittadini preferisce gli ospedali pubblici per usufruire di cure specialistiche o per sottoporsi ad interventi chirurgici, contro un 22,8% di quanti preferiscono le strutture private ed un 20,4% di quanti, pur volendo ricorrere a specialisti privati, ripiega sugli ospedali pubblici non potendosi permettere la spesa richiesta a fronte delle cure.

11 milioni di italiani scelgono le medicine non convenzionali. Nel 2000 l’Eurispes aveva affrontato, per la prima volta, il tema delle medicine non convenzionali, rilevando che il 10,6% degli italiani si affidava per le proprie cure mediche a tali pratiche. Dai risultati della rilevazione del 2010, emerge che gli italiani che fanno uso di medicine non convenzionali sono pari al 18,5%. Un dato che, rapportato alla popolazione, fa emergere circa 11 milioni e 100mila fruitori delle medicine alternative nel nostro Paese.

Psicofarmaci: ne ha fatto uso il 15% degli italiani. Dal sondaggio Eurispes di quest’anno, è emerso anche che il 15% circa degli italiani ha fatto uso di psicofarmaci nel corso della sua vita. Le donne ne assumono la maggior quantità (17,6%), quasi il 4% in più rispetto agli uomini. Tra quanti hanno dichiarato di fare uso di medicinali per la terapia dei disturbi mentali, le benzodiazepine (i cosiddetti “ansioliticiâ€) sono le più usate (85,8%), seguite dagli antidepressivi (30,6%), dagli stabilizzatori dell’umore (17,5%) e dagli antipsicotici (5,5%).

 

In fondo al bicchiere: l’alcolismo in Italia

L’alcol rappresenta il terzo fattore di rischio per la salute nell’Unione europea, dopo il fumo e l’ipertensione. Il consumo di alcol causa ogni anno 195.000 decessi nei paesi dell’Ue, per patologie, incidenti stradali, domestici o sul lavoro, omicidi e suicidi. L’incidentalità stradale legata all’alcol è la prima causa di morte giovanile in Europa ed in Italia. I costi tangibili dell’alcol in Europa sono stimati intorno ai 125 miliardi di euro: 36 miliardi legati alla mortalità, 33 al crimine, 17 alla sanità, 14 alla disoccupazione, 10 agli incidenti stradali, 9 all’assenteismo, 5 a cura e prevenzione (Report on Alcohol in Europe, 2006).

L’indagine Eurispes. L’indagine campionaria svolta dall’Eurispes, a cavallo tra dicembre 2009 e gennaio 2010, tra la popolazione di 18 anni in su, ha messo in luce le abitudini di consumo di alcol in Italia. Nel complesso il 70,9% degli italiani dichiara di bere alcolici, anche se questa è un’abitudine saltuaria per il 55,7% che dichiara di bere qualche volta, mentre beve spesso l’11% e tutti i giorni il 4,1%. Non beve mai invece il 29% degli intervistati, in particolare le donne (56,9% vs 43,1% dei maschi), soprattutto nella classe d’età degli over65 (26,9%), seguiti dai 45-64enni (23,7%) e dai 35-44enni (22,8%).

A bere qualche volta sono principalmente i 45-64enni (30,1%) e i giovani tra i 25 e i 34 anni (20,3%), questi ultimi inoltre, più degli altri, dichiarano di bere spesso (37,4%), seguiti dai 35-44enni (18,3%) e dai ragazzi dai 18 ai 24 anni (16%). L’abitudine di bere tutti i giorni si riscontra soprattutto tra i 45-64enni (36,7%), gli over65 (26,5%) e i 35-44enni (20,4%). Le donne con più frequenza dichiarano di bere solo qualche volta (51,9% vs 48,1%), mentre gli uomini in misura maggiore fanno uso di alcol spesso (61,1% vs 38,9%) e tutti i giorni (61,2% vs 38,8%).

La maggior parte, tra chi ha dichiarato di bere, ha avuto il primo approccio con l’alcool tra i 14 e 17 anni di età (44,3%). Molti hanno bevuto la prima bevanda alcolica ancora prima: il 10,7% tra gli 11 e 13 anni e il 3,8% ancora prima dei 10 anni. Il 22,7% ha iniziato tra i 18 e i 20 anni e l’11,5% dopo i vent’anni d’età. Molti non hanno un ricordo preciso al riguardo e non sanno indicare l’età in cui hanno bevuto il primo bicchiere (6,2%). Ad aver iniziato prima dei 10 anni sono soprattutto i maschi (64,7% vs 35,3%), mentre le donne in misura maggiore riferiscono di aver bevuto la prima volta tra i 18 e i 20 anni (53,2%). Il 38,8% del campione riferisce di bere alcolici soprattutto quando si trova in compagnia, il 28,6% beve in occasione di feste e ricorrenze, il 19% collega prevalentemente il bere ai pasti e il 13,3% beve quando ne ha voglia.

Ad oltre un terzo del campione capita di bere in modo eccessivo: al 33,7% qualche volta, all’1,6% spesso, solo allo 0,7% tutti i giorni. Anche se prevalgono coloro che riferiscono di non esagerare mai con l’alcol (64%). La ragione per cui quasi la metà degli intervistati afferma di eccedere con l’alcol è perché a loro piace (49,4%), il 14,9% lo fa invece per rilassarsi, il 14,1% per stare meglio con gli altri. Una minoranza ha collegato il consumo eccessivo di alcol ad un più profondo stato di disagio psicologico, come la depressione, il bisogno di affrontare una situazione complicata, la reazione ad un insuccesso (nel complesso il 6,3%). Molti invece (15,2%) non sanno dare una motivazione a tale comportamento.

Alla maggior parte delle persone che bevono è capitato di mettersi alla guida di una moto o di un’automobile dopo aver bevuto troppo (53,4%); il 42,2% dichiara che non gli è mai capitato, il 34,3% ha guidato raramente dopo aver ecceduto nel bere, il 16,9% qualche volta, il 2,2% addirittura spesso. A meno di un cittadino su 10 (9,2%) è capitato di essere fermato mentre era alla guida e sottoposto al controllo per alcol e droga.

Interrogati sul tasso alcolemico consentito attualmente dalla legge italiana, solo il 38,7% risponde correttamente ed indicano 0,5 g/l, oltre un terzo del campione (34,8%) ammette di non conoscere il tasso consentito, la parte restante risponde in modo errato. Il 19,5%, in particolare, sottostima il reale tasso alcolemico indicando il valore di 0,2 g/l.

 

A un passo dall’aldilà. Gli italiani e l’eutanasia

Una questione di coscienza… ancora aperta. L’Eurispes segnalava già dai primi anni Ottanta l’importanza che il tema dell’eutanasia andava assumendo all’interno dell’opinione pubblica, nonché la necessità dell’apertura di un dibattito che, nonostante il trascorrere degli anni, resta ancora oggi particolarmente acceso. Negli anni, l’Istituto è tornato più volte ad indagare l’evoluzione di questo fenomeno chiedendo ai cittadini di esprimere la propria opinione su questa controversa tematica. Gli ultimi dati rilevati sull’argomento evidenziano un’accettazione generalizzata tra gli italiani nei confronti dell’eutanasia: il 67,4% è favorevole alla pratica della “dolce morteâ€, mentre il 21,7% si è espresso in senso contrario. Vale inoltre la pena considerare che esiste una percentuale considerevole di italiani che non hanno saputo dare alcun parere sull’argomento (10,9%). Confrontando i dati con quelli dello scenario emerso nel 2007, anno dell’ultima rilevazione dell’Eurispes sul tema, la percentuale di coloro che erano favorevoli a tale pratica era il 68%, appena lo 0,6% in più di quest’anno, e i contrari invece si attestavano al 23,5%, il loro numero è quindi lievemente diminuito.

Eutanasia clandestina. Per la legge dello Stato italiano provocare la “buona morte†rappresenta un reato penale. Ciò non significa che non potrebbe comunque essere praticata in modo occulto in alcune strutture ospedaliere: la pensa così la maggior parte del campione intervistato (45,2%), a fronte del 29,4% secondo cui negli ospedali pubblici non si verificano casi di eutanasia clandestina. Particolarmente elevata appare la percentuale di coloro che non sono in grado di esprimere alcun parere sull’argomento (25,4%).

Le opinioni sull’eutanasia clandestina non trovano corrispondenza nel panorama delle esperienze personali avute dagli intervistati: solo il 7,7% dichiara di aver avuto notizia certa che ciò si sia realmente verificato, mentre il 91,4% non ha mai avuto notizia di casi del genere nella cerchia delle proprie conoscenze.

Il testamento biologico. Gli italiani che sono favorevoli ad una legge che istituisca in Italia il testamento biologico sono l’81,4%, dalla precedente rilevazione (2007) la percentuale di quanti caldeggiano l’introduzione di tale provvedimento normativo è aumentata di 6,7 punti. Parallelamente, sono diminuiti i contrari che passano dal 15% al 10,9%. La possibilità di promulgare una legge con la quale si consente ad ogni cittadino di esprimere le proprie volontà in tema di trattamenti sanitari a cui essere sottoposto è condivisa ampiamente da chi si identifica negli schieramenti di sinistra (88,9%) e centro-sinistra (84,2%). Il dato scende per il centro-destra (78,3%) e soprattutto per il centro (76,9%) e la destra (76,5%).

Da più parti si discute su un aspetto particolare contenuto nel testo del disegno di legge sul testamento biologico, ossia la possibilità che il medico possa opporsi alle volontà lasciate dal paziente nella dichiarazione anticipata di trattamento. Il 74,5% dei cittadini non condivide questa possibilità, convinto, forse, del fatto che è necessario rispettare i desideri che il paziente, nel pieno delle sue facoltà mentali, ha espresso. Minoritario è invece il numero di quanti sostengono che il medico possa ignorare ciò che è scritto nel testamento biologico e procedere secondo la sua coscienza professionale (13,9%). Molto alta la percentuale di quanti non hanno saputo o voluto dare un’indicazione in merito (11,6%).

 

Gli italiani e la fede

Questione di fede. In maggioranza gli italiani si reputano e si dichiarano uomini e donne di fede. Tra questi, tuttavia, occorre distinguere tra praticanti, il 24,4%, e chi ammette però di non essere praticante (52,1%). Decisamente più bassa la percentuale di quanti si definiscono agnostici (10,7%) e di chi si ritiene ateo (7,8%). Chiunque professi di avere una fede dovrebbe credere nei miracoli: in questo senso, i risultati evidenziano una certa coerenza di fondo degli italiani: infatti, ben il 55,8% crede in questo evento soprannaturale contro il 37,4% di coloro i quali dichiarano, invece, di non credervi. Tale dato è in linea con quello della rilevazione del 2006, quando la percentuale di quanti credevano ai miracoli si attestava al 54,3%. La metà del campione, infine, crede fermamente nella conciliabilità tra fede e scienza (51,3%). È di parere opposto, invece, il 39,8%, mentre preferisce non fornire una risposta su questo argomento l’8,9%.

Il crocifisso deve rimanere nelle scuole? Più della metà degli italiani è convinta che il crocifisso debba essere sempre esposto nelle scuole o nelle sedi delle istituzioni statali ed è, pertanto, assolutamente contraria ad una sua rimozione da questi luoghi (60,1%). Favorevoli all’esposizione di questo simbolo anche il 12% di quanti ritengono che sia giusta, a patto che non venga urtata la sensibilità di persone che professano altre fedi religiose. Bassa è, invece, la percentuale di coloro i quali credono che la presenza del crocifisso nei luoghi pubblici non rispetterebbe le altre Confessioni religiose presenti nel nostro Paese (10,1%) o comunque ne limiterebbe la liberà di culto (7,1%).

Gli italiani difendono, quindi, la presenza del crocifisso nei luoghi pubblici, allo stesso modo del 2006, anno in cui l’Eurispes ha trattato per la prima volta questo argomento. Bisogna, tuttavia, sottolineare che rispetto alla precedente rilevazione, la quota di coloro i quali esprimono con fermezza il loro consenso all’esposizione del crocifisso è diminuita, spostandosi in parte tra chi è favorevole ma solo se questo non urta la sensibilità di persone che appartengono ad altre confessioni religiose (8,5% nel 2006, 12% nel 2010). I contrari, complessivamente, passano dal 10,5% del 2006 al 17,2% del 2010.

Le risposte “alternative†al bisogno di fede. La maggior parte degli italiani, il 92,9%, dichiara di non essersi mai rivolto ad un mago/cartomante. Al contrario il 7% lo ha fatto qualche volta (3,8%) o solo una volta (3,2%), mentre irrilevante è la quota di coloro i quali si recano spesso da un “veggente†(0,1%).

Le ragioni principali che spingono a recarsi da maghi e cartomanti sono afferenti alla sfera sentimentale e alla risoluzione di “problemi di cuore†(36,6%). Il 19,5% ha, poi, interpellato un mago per questioni legate alla salute, mentre il 17,1% lo ha fatto per conoscere gli sviluppi del proprio percorso professionale. Una sorta di divertimento o di curiosità, sono, infine, le motivazioni indicate, rispettivamente, nell’8,5% e nel 2,4% dei casi. In ogni caso, la spesa affrontata per riuscire a sapere qualcosa in più sul proprio destino è stata, nella maggioranza dei casi, piuttosto modesta, inferiore cioè a 50 euro (74,1%). Ha “sborsato†tra 51 e 100 euro, tra 101 e 500, in entrambi i casi, il 5,9% degli intervistati. Alcuni sono arrivati a pagare tra 501 e 1.000 (4,7%) o addirittura più 3.000 euro (1,2%). Nell’84,4% dei casi i cartomanti hanno fallito nel loro intento, non essendo stati in grado, cioè, di risolvere i problemi che sono stati posti loro.

 

La capacità criminale di permeare il territorio: l’Indice di Penetrazione Mafiosa

L’indice di penetrazione mafiosa. L’Eurispes, nel tentativo di concorrere ad un ulteriore approfondimento del fenomeno e di sviluppare nuove direttrici scientifiche per l’analisi delle dinamiche nelle regioni di tradizionale insediamento mafioso, ha realizzato uno studio attraverso il quale si è voluto evidenziare il grado di fragilità e di permeabilità dei territori rispetto ai tentacoli della ’ndrangheta, della camorra, della mafia e della sacra corona unita. Obiettivo principale dello studio è stato dunque quello di fornire alcune utili indicazioni circa il rischio di penetrazione mafiosa cui sono esposti i 24 territori provinciali.

A tal fine è stato creato uno stimatore ad hoc, l’indice IPM (Indice di Penetrazione Mafiosa), in grado di indicare, per quanto possibile, i recenti sviluppi del fenomeno e le dimensioni che lo stesso sta assumendo.

Per determinare una classifica del livello di penetrazione mafiosa delle organizzazioni criminali nelle 24 province delle quattro regioni maggiormente interessate, è stato predisposto un sistema di attribuzione dei punteggi sulla base di alcuni indici che scaturiscono dalla valutazione quantitativa dei reati commessi ed assimilabili alle associazioni mafiose: attentati, stragi, ricettazioni, rapine, estorsioni, usura, sequestri di persona a scopo estorsivo, associazione a delinquere di tipo mafioso, riciclaggio di denaro, contrabbando, produzione e traffico di stupefacenti, sfruttamento e favoreggiamento della prostituzione, omicidi per motivi di mafia, camorra e ’ndrangheta.

Alla provincia di Napoli, con un punteggio pari a 65,4, va la maglia nera del territorio provinciale più permeabile ai tentacoli della criminalità organizzata. A seguire, la provincia di Catania (52,4 punti), Caserta (51 punti), Brindisi (51 punti) e Reggio Calabria (50,5), Foggia (47,3), Catanzaro (41,2) e Bari (41). In fondo alla lista, le province di Lecce (18,3), Taranto (24,8) e Cosenza (27,1) e Ragusa (28,4).

 

La perdita di memoria e la post-democrazia

A noi sembra evidente – precisa il Presidente dell’Eurispes – che l’attenuarsi della memoria collettiva sia una delle grandi questioni sottovalutate del Paese.

Su questo tema, come su numerosi altri, il Paese si trova spesso in una situazione di stallo e come “color che son sospesi†non riesce a trovare vie d’uscita razionali e ragionevoli.

La società della comunicazione e dell’informazione ha creato uno spazio informe dove passato, presente e futuro finiscono per confondersi ed annullarsi in un unico, grande, pervasivo presente. Un presente per il quale la memoria è un ostacolo, un fardello fastidioso che rallenta il cammino verso “l’isola che non c’èâ€.

Centocinquanta anni dopo l’unificazione d’Italia abbiamo più di prima bisogno di conoscere la nostra storia per riconoscerci come singoli e come nazione, come comunità di destino. Abbiamo bisogno di ricucire il filo del nostro passato, di rimettere insieme i pezzi di una memoria per larghi tratti perduta e di rinsaldare le ragioni del nostro stare insieme. Perché, come ci ricorda Cicerone, la memoria si indebolisce se non la si esercita.

Con la caduta delle ideologie e della loro pretesa di trasmetterci una storia di parte “politicamente corretta†quanto non veritiera o comunque parziale, finalmente i pezzi del mosaico cominciano a ricomporsi con il contributo di una storiografia più aderente alla realtà e alla verità.

Ancor di più ci preoccupa oggi, consapevoli che la nostra è una democrazia giovane, la perdita della memoria della nostra vicenda recente cioè di quel breve periodo, poco più di mezzo secolo, nel quale il nostro Paese ha conosciuto e praticato una democrazia, sia pure bloccata dalla impossibilità del ricambio.

Le giovani generazioni non conoscono la storia della Repubblica e quelli più avanti con l’età spesso la dimenticano o la rimuovono.

In tutti è comunque diffusa la convinzione che la democrazia sia ormai un dato acquisito e indiscutibile, mentre essa invece vive in una condizione di precarietà permanente.

Proprio un insigne studioso italiano, Arnaldo Momigliano, aveva spiegato dalla sua cattedra di Oxford la fragilità dei sistemi democratici sin dalla loro fondazione e aveva raccontato come la crisi della democrazia ateniese non fosse dovuta all’attacco dei nemici esterni ma ai tarli che l’avevano corrosa dall’interno.

Pochi anni fa un grande politologo inglese, Colin Crouch, vedeva con raccapriccio l’Occidente dirigersi verso una sorta di post-democrazia, nella quale il ruolo della politica sarebbe stato assunto dai padroni del capitalismo finanziario.

Questo, in qualche modo e per un certo numero di anni, è avvenuto negli Usa e nel Regno Unito e sembrava che anche l’Italia dovesse condividere la stessa sorte.

Già quindici anni fa – prosegue Fara – , osservando gli eventi che accompagnavano la fine della Prima Repubblica, noi segnalammo il rischio che il potere economico stesse pensando di poter fare a meno della politica. E ricordavamo che la democrazia senza politica non esiste. La politica è il luogo della regolazione, la stanza di compensazione tra le pretese, spesso brutali, della cosiddetta razionalità capitalistica e le attese, le esigenze e i bisogni della società. Senza politica la società diventa ostaggio di un potere economico che è, per sua natura, senza patria, senza bandiera e senza responsabilità.

In una parola, le democrazie sono fragili mentre il capitalismo riesce, come un mutante, ad adattarsi a tutto, a trasformarsi in tutto e nel suo contrario, come dimostra l’esperienza cinese del comunismo capitalista o, a seconda delle preferenze, del capitalismo comunista.

Ma poi – conclude il Presidente dell’Eurispes –  la post-democrazia è fallita proprio dove era nata, tra Wall Street e la City londinese, lasciando una voragine difficile da stimare, ma che alcuni esperti quantificano in una cifra superiore ai 530.000 miliardi di dollari, dieci volte il Pil mondiale.

Non restava che tornare alla politica e anche in Italia non ci sono alternative».