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  • BARRA DI NAVIGAZIONE

     Mentre il mondo gira vorticosamente qui in Basilicata il tempo sembra fermarsi, ogni decisione politica ha bisogno di una gestazione lunghissima. Primo il rinnovo della Giunta Regionale ha impegnato più tempo rispetto a quello occorsoo al Presidente Monti per mettere in campo misure tali da salvare dalla bancarotta l’Italia.

    Secondo, non ancora si chiude la vicenda delle nomine degli enti sub regionali. Altra sceneggiata, ai limiti del patetico, dove ancora una volta il disinteresse ed il non rispetto per la cosa pubblica vengono sovrastati dall’interesse personale e dalle diatribe interne al partito-padrone della Basilicata: il PD.

    Fin quando si può abusare della pazienza dei lucani e fin quando ancora sopportare un Presidente, che rassomiglia più ad Alice nel paese delle meraviglie per la lontananza abissale rispetto alla realtà di questa regione, ed un altro Presidente dal cattivo carattere, che, pur dichiarando di non immischiarsene, non perde occasione di posizionare uomini di comprovata fedeltà?

    Mentre il mondo parla di meritocrazia, di valutazioni opportune per ricoprire determinati incarichi, qui in Basilicata si ricorre ancora ad uomini affiliati. C’è una sfrontatezza nell’abusare delle istituzioni pubbliche come se fossero cosa propria.

    Si deve per davvero rasentare il definitivo crac per liberarsi di uomini politici ormai inadeguati ai tempi e alle situazioni?

    Nonostante il crollo di fiducia nei partiti, ridotta al 5%, ed un valore elevatissimo di cittadini (44,6%), che dichiarano di non voler andare più a votare, la sfrontatezza e l’arroganza politica invece si moltiplica sempre più, accrescendo maggiormente lo spirito ed il clima di antipolitica presente e diffuso anche in questa regione.

    Ma tutto ciò è possibile perché il sistema di potere in Basilicata poggia quasi esclusivamente sulla gestione della spesa pubblica, sul mai superato bisogno economico delle persone, su una rete diffusissima e strettissima dei centri di potere, che partono dal centro e si diramano alle periferiche amministrazioni comunali, una sorta di clan che gestisce sistematicamente il territorio, che va comunque scientificamente impoverito per limitarne di contro le richieste legittime se attengono il bene pubblico, pretestuose se riguardano le aspettative singole ed individuali.

    Se non si inverte l’approccio politico-culturale della gestione della cosa pubblica e se non si spezzano i legami istituzionali basati sulla reciproca strumentalizzazione, questo stato di cose, che provoca asfissia e non crescita economica e sociale, non consentirà mai di mettere in campo personalità, che si sono da tempo ritratte dalla politica e dall’impegno sociale.

    L’occasione oggi è fornita dalle prossime amministrative per sperimentare nuove vie, potendo partire dai centri maggiormente rappresentativi, come Policoro dove negli ultimi tempi ha emblematicamente regnato la sfrontatezza e la confusione politico-partitica, per superare i vecchi schematismi (centro destra o centro sinistra) ed arrivare a scelte di amministratori che godano il rispetto e la considerazione della gente, stando però attenti ad un pericolo sempre incombente: il facile riciclaggio sotto diverse spoglie.

     

     

    La grave situazione demografica della Basilicata

                C’è sempre un abuso nell’uso di taluni termini, che il più delle volte vengono adottati in modo scorretto, tanto da creare idee forvianti e non veritiere. Uno di questi è l’uso che si fa del termine di sviluppo economico. Ho ripreso per non incorrere in palesi errori quanto riportato su Wikipedia sulla definizione di sviluppo economico, ossia: “In economia con il termine sviluppo economico ci si riferisce a quel complesso processo di trasformazione strutturale, di cambiamento della struttura produttiva che segna il passaggio da un’economia prevalentemente agricola a un’economia in cui aumenta il peso del settore industriale e dei servizi. Lo sviluppo economico non va però confuso con la crescita” economica. Benché spesso vengono usati come sinonimi. Lo sviluppo economico significa molto di più: mentre la crescita economica misura grandezze aggregate, indicatori quantitativi di ricchezza quali il tasso d’aumento nel tempo del prodotto interno lordo per abitante, lo sviluppo implica la modifica di alcune significative caratteristiche del sistema economico ovvero alcuni elementi costitutivi degli aggregati. Lo sviluppo è insomma una crescita qualificata.”

                E’ evidente che il rapporto tra caratteri quantitativi e aspetti qualitativi della crescita economica è strettissimo, ma non sempre la crescita economica produce sviluppo economico. Per altro tale termine si è trasformato nel tempo ed è divenuto sempre più corrente il concetto di sviluppo sostenibile, ossia un processo finalizzato al raggiungimento di obiettivi di miglioramento ambientale, economico, sociale ed istituzionale, sia a livello locale che globale.

                “Tale processo, sempre secondo Wikipedia, lega, in un rapporto di interdipendenza, la tutela e la valorizzazione delle risorse naturali alla dimensione economica, sociale ed istituzionale, al fine di soddisfare i bisogni delle attuali generazioni, evitando di compromettere la capacità delle future di soddisfare i propri. In questo senso la sostenibilità dello sviluppo è incompatibile in primo luogo con il degrado del patrimonio e delle risorse naturali (che di fatto sono esauribili) ma anche con la violazione della dignità e della libertà umana, con la povertà ed il declino economico, con il mancato riconoscimento dei diritti e delle pari opportunità.”

                Non mi intratterrò oltre su questa terminologia, ma tutto ciò mi serve per dimostrare, attraverso i dati della serie storica 2001-2011 sulla popolazione della Basilicata, che è pressoché impossibile parlare di uno sviluppo economico regionale quando la crescita demografica è sistematicamente in decremento, come si può evincere dalle allegate tabelle, elaborate sui dati ufficiali dell’ISTAT.

                Nessuno sviluppo economico sostenibile può prescindere dalle dinamiche umane viste nella loro totale complessità (quantità numerica, età, sesso, patrimonio culturale e professionalità posseduto, ecc. ecc.).

                E allora quale sviluppo vi potrà mai essere in un territorio quando questo si impoverisce numericamente e qualitativamente, quando i centri abitati si svuotano e particolari aree territoriali si desertificano, perdendo, senza alcun rimpiazzo, arti, mestieri,  patrimoni di conoscenza, di tradizioni e di cultura?

                Ci potranno pur essere momenti di crescita sociale ed  economica di alcuni territori o di talune attività o di taluni gruppi di individui, ma ciò non vuol dire che si è messo in moto un processo di sviluppo economico, così come su descritto.

                La disamina dei dati del decennio in esame, ma sarebbe ancora più evidente se si tornasse ancor più indietro nel tempo, ci dice nella sua cruda verità quanta difficoltà vi è nell’immaginare uno sviluppo economico sostenibile in una regione in perenne, costante e consistente regressione demografica. 

                Infatti i dati riportati nella Tab.1 rilevano che nell’arco del decennio 2001-2011 in Basilicata si è registrato un continuo decremento, pari a circa 10.000 unità, passando da 597.468 a 587.517 residenti. Tale contrazione si registra quasi unicamente sulla provincia di Potenza con circa il 94%, solo il 6% su quella di Matera.

                Ciò che invece è pressoché identico sulle due province è la contrazione dei giovani, circa il 5,5% in meno, rispetto alle fasce di popolazione più anziane. Con il tempo questo dato tende ulteriormente ad accentuarsi, trovandoci quindi con sempre meno giovani e con sempre più anziani tanto da rappresentare oltre il 44% (vedasi Tab.5).

                E’ evidente dunque che ci troviamo difronte ad una popolazione che invecchia ed una popolazione con una presenza sempre più scarna di giovani e di conseguenza di forze lavorative adeguate non può guardare con fiducia e speranza al proprio futuro, divenendo inevitabilmente sempre più dipendente in tutto dall’esterno. Men che meno si può quindi parlare di sviluppo.

                Ma vediamo cosa succede sul territorio, in particolare comune per comune, distribuiti per province (Tabb.2 e 3).

                Sulla provincia di Potenza la totalità dei comuni, sempre nel decennio in considerazione, decrementa la propria popolazione con punte che raggiungono il 24% a Calvera, il 21% a San Paolo Albanese, il 16% a Noepoli, il 13% a Pietrapertosa e così via. Finanche la città capoluogo di regione diminuisce la propria consistenza numerica di circa 700 unità.

                Le uniche eccezioni, che vedono incrementare considerevolmente la propria popolazione, sono i comuni dell’hinterland della città di Potenza, come Pignola e Tito, ritenendoli più vivibili ed economici rispetto alla stessa Potenza.

                Altre rare eccezioni sono costituite da Melfi, Lavello ed Atella nell’area del Vulture, evidentemente per l’effetto SATA di Melfi, e da Marsicovetere, Brienza e Sarconi, evidentemente per l’effetto della ricerca degli idrocarburi nella Val d’Agri.

                Complessivamente la provincia di Potenza passa da 393.172 presenze del 2001 a 383.791 nel 2011.

                Nella provincia di Matera tutti i comuni decrementano la propria popolazione a beneficio della città di Matera, per circa 2900 unità, e di tutti i centri situati sulla costa jonica, ossia Bernalda, Pisticci, Scanzano J., Policoro e Nova Siri, evidentemente per le questioni che li legano strettamente al turismo marino ed alle pregiate e consistenti produzioni agricole.

                La provincia di Matera, bilanciandosi quindi al suo interno, perde solo poco più di 900 unità. Il comune che in assoluto riduce maggiormente la propria popolazione è San Mauro Forte con una contrazione che supera il 25%. 

                In generale nulla fa presupporre una inversione di tendenza nel futuro. Tutt’altro le previsioni dell’ISTAT da qui alla fine del 2065 sono per davvero disastrose. Infatti dalla Tab.4 si può rilevare che la regione Basilicata passerà dall’attuale consistenza di 587.517 persone a 391.061, ovvero una contrazione di ben 196.456 unità, più del 33% della popolazione attuale.

                Con queste prospettive nessuno può immaginare che vi possa essere uno sviluppo economico sostenibile per la regione Basilicata, anzi per quello che essa potrebbe divenire in futuro sia numericamente e sia qualitativamente (anziani > giovani, presenza maschile < a quella femminile, svuotamento dei centri abitati, perdita dell’identità storica, culturale e tradizionale) forse al massimo potrà avere la dignità istituzionale di una provincia, se ancora dovessero rimanere in vita.

                Ciò che per davvero sconcerta è la non consapevolezza da parte di chi ci governa della conoscenza del futuro di questa regione e quindi della incapacità di provare almeno a mettere in campo qualche azione che tenda a frenare questo sciagurato destino.  

                Potenza, 10/02/’11                                                     Aldo Michele RADICE

    popolazione-comuni-basilicata2

    Quale turismo in Basilicata (2)

           Ritorno sulla questione del turismo in Basilicata dopo aver letto dei seminari promossi dall’Università di Basilicata sul tema. L’articolo di Luca Santoro su Controsenso del 28 gennaio scorso riporta alcuni dati provvisori relativi al 2011 raffrontati con quelli del 2005. Li riprendo per meglio articolare ciò che da tempo penso e vado inutilmente predicando.

    Tab.1 - Presenze turistiche 2005-2011

    Area

    Visitatori 2005

    Visitatori 2011

    Variazione +/-

    Metapontino

    157000

    164000

    7000

    Matera

    60600

    113600

    53000

    Maratea

    45000

    46559

    1559

    Pollino

    43400

    30719

    -12681

    Vulture

    47000

    42000

    -5000

    Totale

    353000

    396878

    43878

      (Dati provvisori)

     

    Quello che appare in tutta la sua evidenza è che si tratta di un turismo spontaneo, male organizzato, in cui i territori non sono minimamente in sintonia tra loro: i mari con i monti, i beni monumentali con quelli culturali, ambientali e paesaggistici. Ognuno va per proprio conto senza che essi influenzino e migliorino le performance degli altri territori o delle altre attività.

    Anche gli attrattori realizzati, su cui tanto si è puntato, il Parco della Grancia e il Volo dell’Angelo, o quelli da realizzare il Volo dell’Aquila o le Battaglie Storiche sull’invaso di Senise sono da ripensare perché da soli non producono sviluppo e non diffondono la cultura del turismo, perché svincolate dalla possibilità ricettiva umana, professionale e strutturale dei territori.

    Il Parco della Grancia peggiora ogni anno nella sua offerta complessiva e sempre più si riduce il periodo di attività. Domenica 31 luglio 2011 il Parco era fisicamente chiuso nonostante l’annuncio dell’avvio dell’attività. Lo stesso Volo dell’Angelo non promuove il Parco Regionale in cui si trova, il Parco Gallipoli-Cognato.

    Questo perché, e ne siamo fermamente convinti, che non vi può essere un concreto e diffuso sviluppo del turismo in Basilicata se si va sistematicamente a scopiazzare esperienze felicemente realizzate altrove, senza d’altro canto immaginare un’offerta turistica nostrana e condivisa. Le iniziative, a guardare i summenzionati dati, che funzionano indipendentemente da una vera e propria azione promozionale regionale, che è pressoché assente, sono quelle che possono contare su contenitori di per se di grande pregio, come Matera e Maratea.

    Metaponto raggiunge e migliora le proprie prestazioni grazie alla presenza dei villaggi e ad un giusto rapporto costi/servizi resi, non sempre però accompagnate da una corretta e responsabile gestione, come dimostra l’attuale situazione giudiziaria che ha coinvolto la società Cit Holding.

    Il tutto poi avviene senza la mano pubblica, neanche in quegli aspetti di propria prerogativa, ossia nella diffusione pubblicitaria e propagandistica del turismo regionale, ed invece si coglie in tutta evidenza l’assenza di una cartellonistica locale informativa almeno della presenza delle Tavole Palatine.

    Sembra, fatta qualche debita eccezione, un turismo puntiforme e primordiale, dove se non si mettono in campo nuovi e diffusi strumenti anche i punti oggi di forza come Matera, Maratea e Metaponto finiranno per esaurirsi in breve tempo e quelli già in declino come il Pollino e il Vulture a non rilanciarsi più. Poi su tutto il restante territorio regionale, che è oltre il 70%, è buio profondo.

    Occorrono evidentemente interventi interattivi tra i territori, tra i settori produttivi e tra le tante risorse locali, occorre attivare politiche anche per il recupero delle aree interne con tutto il patrimonio in esse contenute, sconosciute ai più, finanche agli stessi lucani.

    Andrebbe quindi rivisto il Piano Regionale Turistico, visti gli scarsi risultati ottenuti, ed andrebbero attivate tutte quelle azioni previste nella legge regionale n.17/2005 sul Turismo Rurale, inattive ormai da ben sette anni.

    Potenza, lì 3/2/’12                                                        Aldo Michele Radice

    Il paradosso del mentitore

    Quello che sta succedendo in questi ultimi giorni tra comunicati stampa inviati a nome di altri, per dire ciò che si pensa e per non apparire, e successive smentite sembra per davvero “il paradosso del mentitore”, ossia dove tutto può essere vero e tutto può essere falso a seconda dei punti di vista o di ciò che più interessa.

    Nella fattispecie tutte le cose scritte possono essere vere nel loro contenuto, ma tutte false perché non scritte dall’ipotetico estensore, il vice segretario del PD Arduino Lospinoso. E allora cosa è più falso o vero le cose scritte o chi le ha scritte? Dopo tanto dibattito (a volte pettegolezzo e dietrologia) ognuno decidesse da che parte sta la verità o la falsità. Per quanto mi riguarda la questione non mi appassiona, perché mentre tutto il mondo politico discute animatamente della grave crisi economico-sociale in cui versiamo, e pezzi significativi del mondo produttivo in larga parte dell’Italia protesta con forza, ai limiti della legalità, qui in Basilicata si parla del sesso degli angeli e si tiene aperta una crisi regionale per ben tre mesi, alzando evidentemente la febbre all’interno del PD lucano e dell’intero centro sinistra.

    Mentre il mondo brucia questa classe politica non ha nulla di meglio da proporci se non lo sbranarsi vicendevolmente. Ma tutto ciò può avvenire perché è ormai acclarato, negli apparati politici locali, che, se anche la indignazione o il malumore verso il potere regionale sono diffusissimi, questi non assumeranno mai forma di protesta tale da sovvertire “democraticamente” questo dannoso e oppressivo sistema di governo.

    Nonostante il Presidente De Filippo, il più votato d’Italia, perde oltre il 7% in consensi, ciò non significa assolutamente nulla. Non merita neanche una riflessione politica per l’assenza pressoché totale dell’opposizione. L’idea, che si percepisce, è quella di una felice e gradita compartecipazione gestionale del potere ( in verità piccoli incarichi) tra PDL e PD, dove le posizioni politiche vengono derubricate. Non c’è memoria quindi sulle riforme istituzionali, quali la rivisitazione del sistema sanitario regionale, la riforma del sistema agricolo (ALSIA, ARBEA, Consorzi Agrari) o quello della governace territoriale, che non prendono mai corpo e forma. Anni di attesa mentre malumori e mala gestione accrescono a dismisura, mettendo giustamente o artificiosamente in moto movimenti territoriali per ottenere un minimo di risposte, come la vicenda dell’ospedale di Venosa o quella degli imprenditori agricoli del metapontino.

    Ma che si sappia e continuo a ribadirlo questi avvenimenti non assumeranno mai la consistenza di fiammate tali da sovvertire un sistema politico inadeguato, acclaratamente irresponsabile per il difficile momento ed avvitato unicamente sul prefigurare il proprio futuro politico. Altrimenti non si spiegherebbe il clamore di un comunicato vero nei contenuti, ma falso nella missiva.

    Allora che si faccia presto, ognuno di questi dichiarasse cosa vuol fare da grande onde evitare ulteriormente questo spettacolo indecoroso e per mettere in campo una nuova classe politica, che metta al centro dell’azione politica i problemi di questa regione, augurandoci che sul futuro sistema elettorale regionale non si consumino altre porcate.

     

    Potenza, lì 27/01/’12                                                            Aldo Michele Radice

     

    Un nuovo sistema elettorale per i piccoli comuni

     Riprendiamo esattamente dall’articolo precedente e proseguiamo il ragionamento sull’ipotesi di modifica della legge elettorale delle amministrazioni locali. L’attuale sistema elettorale delle amministrazioni comunali si suddivide in due grandi categorie, quelle al di sotto dei 15 mila abitanti e quelli al di sopra. Questo prevede modalità elettive del sindaco diverse a seconda delle fasce di popolazione e di un numero definito di consiglieri eletti e di conseguenza delle giunte.

    Questa legge soprattutto nei comuni piccoli ha generato contraddizioni tali da provocare alcuni effetti negativi. Il primo è stato lo scadimento della qualità amministrativa dovuto alla ricerca dell’incarico amministrativo, il più delle volte per assicurarsi un’indennità di carica. Il secondo è la lotta politica che ha dilaniato i rapporti sociali, familiari delle comunità, e che ha compromesso e reso difficile il vivere nei piccoli centri. Quindi alle difficoltà di un vivere quotidiano in tali ambienti c’è da aggiungere quello della rincorsa spasmodica all’elezione per ricoprire incarichi a scapito evidentemente della qualità e dalla credibilità del ruolo da svolgersi. In aggiunta, con l’abolizione delle Province e delle Comunità Montane e la contrazione significativa del numero dei Consiglieri Regionali, la rappresentanza democratica e territoriale è per davvero ridotta al lumicino. Inoltre in situazioni economiche, sociali, occupazionali difficili non ci si può più affidare a personaggi poco credibili ed a un sistema che privilegia le aggregazioni elettorali dove conta non la qualità degli uomini in lizza, ma il numero di voti che ognuno di essi è potenziale portatore. Manca quello che era il ruolo fondamentale dei partiti ossia la scelta oculata dei candidati a partire dal sindaco. L’attuale stato comatoso degli stessi partiti non favorisce, se non in rarissimi casi, dovuti unicamente a circostanze locali, la scelta degli uomini, ma al contrario essi reclutano di tutto e di più, assecondando più le aspirazioni dei singoli che le proprie prospettive politiche. E quindi le transumanze da un partito all’altro, da uno schieramento all’altro divengono fatti quotidiani, di cui nessuno si scandalizza più, perché l’appartenenza e la coerenza non sono più valori, ma enunciazioni prive di un qualsiasi significato.

    La politica oggi è altro e viene interpretata come il rincorrere i benefici personali, non importa in che modo o con quali mezzi. Non c’è quindi da meravigliarsi del dilagare del malcostume che in molti casi finisce in sistemi corruttivi diffusi e collusi con la malavita. Occorre dunque reagire a tutto questo ed evidentemente promuovere un nuovo sistema elettorale, che possa scongiurare o quantomeno limitare il verificarsi o il perpetuarsi di quanto detto.

    Ma proviamo a vedere come. L’attuale sistema favorisce le aggregazioni e sono i candidati consiglieri, con il loro apporto elettorale, che garantiscono la elezione del sindaco, indipendentemente dalle sue qualità e dal programma presentato, quasi sempre scopiazzato e similare alle altre formazioni. Si soddisfa più un obbligo di legge che una vera esigenza di misurarsi con i problemi di una comunità. Allora proviamo a ribaltare il ragionamento e partiamo proprio dall’elezione del sindaco e dal programma. La competizione andrebbe quindi accentrata solo ed esclusivamente sui possibili candidati sindaci, il cui numero andrebbe fissato per fasce di popolazione. I candidati sindaci si dovrebbero quindi confrontare sui programmi, che non potrebbero a questo punto essere evidentemente simili, e sulle giunte da annunciarsi in campagna elettorale e da nominarsi in caso di vittoria, in un numero da definirsi sempre sulla base della popolazione. Il consiglio comunale si comporrebbe dal Sindaco, dalla Giunta e da tutti i candidati sindaci sconfitti, assicurando al sindaco vincente la maggioranza.

    Quali vantaggi produrrebbe una norma così fatta? Innanzitutto la scelta dei candidati sindaci non potrebbe che spostarsi verso personalità locali con qualità umane, professionali e di correttezza elevate. L’assenza delle liste dei candidati consiglieri, con presenze a volte abnormi rispetto alla stessa popolazione, evita la ricerca spasmodica delle preferenze personali, che tanto danno relazionale hanno provocato nei piccoli ambienti. Terzo il programma presentato diverrebbe per davvero la base per una scelta oculata dei sindaci da parte degli elettori.

    É del tutto evidente che una ipotesi di legge sì fatta è solo un’idea e pertanto andrebbe dettagliata nei particolari. Questo sarebbe il meno, il vero vulnus risiede nella circostanza che chi dovrebbe approvare una tale norma è un Parlamento di nominati, che di tutto quello che succede sul territorio non gliene frega assolutamente nulla.

    Potenza 20/01/2012                                                                  

    Questione morale e qualità amministrativa

                Pochi mesi oggi in politica sembrano secoli e tutto sembra vecchio e logoro, da dimenticare, perché ormai lontano anni luce. Così appaiono le tante, troppe situazioni che quotidianamente si verificano ad ogni latitudine e longitudine di questo globo. Tutto va nel dimenticatoio, anche e soprattutto perché l’assuefazione collettiva ormai è talmente tanta che solo quando le situazioni raggiungono livelli insopportabili esse sfociano in protesta, ribellione e in stravolgimento dello status quo anche con metodi forti.

    E quindi c’è da chiedersi dove è finita la questione morale, che tanto ha coinvolto la società italiana a partire dal 1992 in poi e che pure è stato il cavallo di battaglia di talune formazione politiche?

    Nonostante il ripetersi in maniera sistematica, dai livelli nazionali a quelli locali, di fenomeni in cui la corruzione pubblica, la collusione con ambienti malavitosi, l’arroganza e la prepotenza politica, l’ingerenza sistematica nella vita quotidiana dell’azione politica, la mancanza di trasparenti prassi democratiche, l’impotenza di una Magistratura capace di assicurare ambienti affidabili e quindi attrattivi per viverci, per progredire, per investire, per assicurare pari opportunità a tutti, l’opinione pubblica sembra allontanare dalla propria attenzione questi temi.

    É come se la gente si fosse arresa, come ci si può arrendere di fronte ad una malattia cronica, con cui ci si deve per forza convivere; una malattia che non può essere assolutamente curata e quindi bisogna rassegnarsi, perché è talmente diffusa e diramata (non essendo allo stato di cose immune alcun apparato pubblico o privato), che se anche si dovesse sconfiggere da qualche parte, riesploderebbe altrove in situazioni similari in forma più virulenta ed aggressiva.

    Sembrerebbe come la risposta dei virus che nel giro di qualche generazione, per noi trattasi solo di pochissimi giorni, reagiscono ai medicinali rendendoli praticamente inefficaci. É quello che da tangentopoli in poi è successo con modalità ed estensione addirittura moltiplicate. Non passa giorno che le cronache nazionali e locali non ci propinano notizie di fatti malavitosi, di mala amministrazione e di vera o presunta collusione tra politica e malaffare.

    La conclusione porterebbe a pensare che dovremmo rassegnarci, non essendoci antidoti o metodi anticorruttivi capaci di sconfiggere definitivamente questo mal costume dilagante. Eppure, come per gli antibiotici la scienza continua a mettere in campo prodotti nuovi e sempre più efficaci contro le malattie virali, così le società devono trovare i giusti anticorpi per migliorare le proprie condizioni di civiltà e di democrazia. Se così non fosse saremmo già in preda alle organizzazioni malavitose (mafia, ndrangheta, sacra corona, basilischi, ecc. ecc.).

    Bisognerà allora elevare molto il senso civico a partire dalle famiglie e dalla scuola per passare al mondo politico-amministrativo e al ruolo essenziale dei partiti e degli organismi sociali ed imprenditoriali. Molto dipenderà da come si dovrà procedere alla scelta degli amministratori della cosa pubblica, che in questi ultimi venti anni è profondamente decaduta, a causa degli attuali sistemi elettivi dal livello nazionale a quello dei comuni. Sono sistemi che vanno profondamente rivisti e non soltanto nella riduzione della loro rappresentanza, ma principalmente puntando sulla qualità degli eletti e potendo ricreare nei comuni situazioni di convivenza civile che sono profondamente mutate e lacerate. L’aver voluto poi riconoscere le indennità di carica ha generato una rincorsa alle cariche pubbliche, divenendo per taluni una vera e propria occupazione. Si è ritenuto in maniera ingannevolmente che le indennità potessero far venir meno il verificarsi di azioni illeciti. Allora bisogna partire proprio dalle amministrazioni locali per ricercare un sistema elettorale, che, pur assicurando la libera scelta degli elettori, garantisca la qualità degli uomini, la correttezza amministrativa, il risparmio della spesa pubblica senza con ciò deprimere la rappresentanza democratica. Ma di questo proveremo a parlarne più diffusamente nel prossimo articolo.

     

    Cene e cenoni politici di Natale

     Cene annunciate e pubblicizzate a poco o nulla servono in una regione in cui il PD lucano fa il bello e cattivo tempo. Ed ora cosa mai faranno i cinque dell’Ave Maria riuniti intorno ad una pizza ed a un amaro boccale di birra dopo la nomina dei Direttori Generali delle AA.SS.LL?

    La nomina di questi da parte della Giunta Regionale nella giornata del 30/12/’11 è stata la risposta più eloquente che si potesse dare a questa cena.

    Ciò che per davvero è singolare e preoccupante è che non solo si è dato una risposta, così decisa e determinata ai cinque convitati, ma ai loro stessi partiti. Cosa ancora più straordinaria è che chi era presente alla cena-pizza o in prima persona (Ass. Mancusi) o in rappresentanza dei partiti (UDC ed IDV) ha poi dovuto votare in Giunta la nomina dei designati Direttori, tutti di area PD.

    Meglio allora fare cene nel periodo natalizio in famiglia o con gli amici, lasciando perdere quelle politiche, estemporanee, inutili, se non proprio dannose.

    Certo è facile, quando si fanno cene improvvisate, dimenticarsi di qualcuno e provocare effetti più negativi che positivi, anche e soprattutto in chi dovrebbe per coerenza (Terzo Polo: FLI e Nuovi adepti) o per scelta politica (API, Comunisti Italiani, Rifondazione Comunista, Verdi) essere presente. Ma evidentemente gli effetti della grave crisi economica (non certo le grandi contraddizioni interne agli stessi partiti o a federazioni) hanno imposto una restrizione dei convitati, anche se si trattava di una banale pizza.

    Allora meglio un caffè o una semplice riunione in cui fare una seria riflessione politica sulla situazione in cui versa questa regione e come questo centro sinistra lucano possa andare avanti ancora per forza di inerzia.

    Meglio tutti insieme, anche con chi non si vuole a tavola, per dare concretamente un segnale di cambiamento verso un PD squalo e comunque contraddittorio con l’altra scelta effettuata nel recente passato sulla sanità lucana.

    L’aver promosso una cena-pizza con molte assenze non era credibile e non poteva esserlo. Eppure i convitati sono politici di lungo corso ed anche abbastanza smaliziati per non aver messo in conto una risposta così ferma e senza prove d’appello e senza aver considerato che le riunioni (o se si vuole cene) si promuovono prima di importanti e significativi appuntamenti politici, come le finanziarie. L’ultima invece, approvata qualche giorno fa, è stata licenziata con una maggioranza ancor più larga di quella uscita dalle urne.

    E’ da ritenere dunque che l’obiettivo dei cinque convitati e dei rispettivi partiti non era la nomina dei Direttori Generali delle AA.SS.LL, ma il rimpasto in Giunta Regionale. La qual cosa è ancora più complicata proprio a partire dai cinque e dai loro stessi partiti o dalle federazioni politiche in essere o da costituire, perché gli obiettivi politici (o pseudo tali) sono profondamente divergenti e scontati.

    Staremo comunque a vedere nei prossimi giorni se il tutto sfumerà in una vibrata sfuriata (o pseudo tale) dei cinque convitati o se gli stessi soggetti non promuoveranno un vero e proprio cenone.

    L’unica cosa certa è che il PD continuerà ad imperare e ad imporre un sistema divenuto insopportabile agli alleati di coalizione, ma più ancora alle genti di questa regione. Non basta quindi una cena o un prossimo cenone per sovvertire questo stato di cose, ma un’azione decisa che parta dal basso e faccia tremare i palazzi del potere e gli stessi partiti.

     

     

    Potenza, lì 31/12/2011

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