C’è sempre un abuso nell’uso di taluni termini, che il più delle volte vengono adottati in modo scorretto, tanto da creare idee forvianti e non veritiere. Uno di questi è l’uso che si fa del termine di sviluppo economico. Ho ripreso per non incorrere in palesi errori quanto riportato su Wikipedia sulla definizione di sviluppo economico, ossia: “In economia con il termine sviluppo economico ci si riferisce a quel complesso processo di trasformazione strutturale, di cambiamento della struttura produttiva che segna il passaggio da un’economia prevalentemente agricola a un’economia in cui aumenta il peso del settore industriale e dei servizi. Lo sviluppo economico non va però confuso con la “crescita” economica. Benché spesso vengono usati come sinonimi. Lo sviluppo economico significa molto di più: mentre la crescita economica misura grandezze aggregate, indicatori quantitativi di ricchezza quali il tasso d’aumento nel tempo del prodotto interno lordo per abitante, lo sviluppo implica la modifica di alcune significative caratteristiche del sistema economico ovvero alcuni elementi costitutivi degli aggregati. Lo sviluppo è insomma una crescita qualificata.”
E’ evidente che il rapporto tra caratteri quantitativi e aspetti qualitativi della crescita economica è strettissimo, ma non sempre la crescita economica produce sviluppo economico. Per altro tale termine si è trasformato nel tempo ed è divenuto sempre più corrente il concetto di sviluppo sostenibile, ossia un processo finalizzato al raggiungimento di obiettivi di miglioramento ambientale, economico, sociale ed istituzionale, sia a livello locale che globale.
“Tale processo, sempre secondo Wikipedia, lega, in un rapporto di interdipendenza, la tutela e la valorizzazione delle risorse naturali alla dimensione economica, sociale ed istituzionale, al fine di soddisfare i bisogni delle attuali generazioni, evitando di compromettere la capacità delle future di soddisfare i propri. In questo senso la sostenibilità dello sviluppo è incompatibile in primo luogo con il degrado del patrimonio e delle risorse naturali (che di fatto sono esauribili) ma anche con la violazione della dignità e della libertà umana, con la povertà ed il declino economico, con il mancato riconoscimento dei diritti e delle pari opportunità.”
Non mi intratterrò oltre su questa terminologia, ma tutto ciò mi serve per dimostrare, attraverso i dati della serie storica 2001-2011 sulla popolazione della Basilicata, che è pressoché impossibile parlare di uno sviluppo economico regionale quando la crescita demografica è sistematicamente in decremento, come si può evincere dalle allegate tabelle, elaborate sui dati ufficiali dell’ISTAT.
Nessuno sviluppo economico sostenibile può prescindere dalle dinamiche umane viste nella loro totale complessità (quantità numerica, età, sesso, patrimonio culturale e professionalità posseduto, ecc. ecc.).
E allora quale sviluppo vi potrà mai essere in un territorio quando questo si impoverisce numericamente e qualitativamente, quando i centri abitati si svuotano e particolari aree territoriali si desertificano, perdendo, senza alcun rimpiazzo, arti, mestieri, patrimoni di conoscenza, di tradizioni e di cultura?
Ci potranno pur essere momenti di crescita sociale ed economica di alcuni territori o di talune attività o di taluni gruppi di individui, ma ciò non vuol dire che si è messo in moto un processo di sviluppo economico, così come su descritto.
La disamina dei dati del decennio in esame, ma sarebbe ancora più evidente se si tornasse ancor più indietro nel tempo, ci dice nella sua cruda verità quanta difficoltà vi è nell’immaginare uno sviluppo economico sostenibile in una regione in perenne, costante e consistente regressione demografica.
Infatti i dati riportati nella Tab.1 rilevano che nell’arco del decennio 2001-2011 in Basilicata si è registrato un continuo decremento, pari a circa 10.000 unità, passando da 597.468 a 587.517 residenti. Tale contrazione si registra quasi unicamente sulla provincia di Potenza con circa il 94%, solo il 6% su quella di Matera.
Ciò che invece è pressoché identico sulle due province è la contrazione dei giovani, circa il 5,5% in meno, rispetto alle fasce di popolazione più anziane. Con il tempo questo dato tende ulteriormente ad accentuarsi, trovandoci quindi con sempre meno giovani e con sempre più anziani tanto da rappresentare oltre il 44% (vedasi Tab.5).
E’ evidente dunque che ci troviamo difronte ad una popolazione che invecchia ed una popolazione con una presenza sempre più scarna di giovani e di conseguenza di forze lavorative adeguate non può guardare con fiducia e speranza al proprio futuro, divenendo inevitabilmente sempre più dipendente in tutto dall’esterno. Men che meno si può quindi parlare di sviluppo.
Ma vediamo cosa succede sul territorio, in particolare comune per comune, distribuiti per province (Tabb.2 e 3).
Sulla provincia di Potenza la totalità dei comuni, sempre nel decennio in considerazione, decrementa la propria popolazione con punte che raggiungono il 24% a Calvera, il 21% a San Paolo Albanese, il 16% a Noepoli, il 13% a Pietrapertosa e così via. Finanche la città capoluogo di regione diminuisce la propria consistenza numerica di circa 700 unità.
Le uniche eccezioni, che vedono incrementare considerevolmente la propria popolazione, sono i comuni dell’hinterland della città di Potenza, come Pignola e Tito, ritenendoli più vivibili ed economici rispetto alla stessa Potenza.
Altre rare eccezioni sono costituite da Melfi, Lavello ed Atella nell’area del Vulture, evidentemente per l’effetto SATA di Melfi, e da Marsicovetere, Brienza e Sarconi, evidentemente per l’effetto della ricerca degli idrocarburi nella Val d’Agri.
Complessivamente la provincia di Potenza passa da 393.172 presenze del 2001 a 383.791 nel 2011.
Nella provincia di Matera tutti i comuni decrementano la propria popolazione a beneficio della città di Matera, per circa 2900 unità, e di tutti i centri situati sulla costa jonica, ossia Bernalda, Pisticci, Scanzano J., Policoro e Nova Siri, evidentemente per le questioni che li legano strettamente al turismo marino ed alle pregiate e consistenti produzioni agricole.
La provincia di Matera, bilanciandosi quindi al suo interno, perde solo poco più di 900 unità. Il comune che in assoluto riduce maggiormente la propria popolazione è San Mauro Forte con una contrazione che supera il 25%.
In generale nulla fa presupporre una inversione di tendenza nel futuro. Tutt’altro le previsioni dell’ISTAT da qui alla fine del 2065 sono per davvero disastrose. Infatti dalla Tab.4 si può rilevare che la regione Basilicata passerà dall’attuale consistenza di 587.517 persone a 391.061, ovvero una contrazione di ben 196.456 unità, più del 33% della popolazione attuale.
Con queste prospettive nessuno può immaginare che vi possa essere uno sviluppo economico sostenibile per la regione Basilicata, anzi per quello che essa potrebbe divenire in futuro sia numericamente e sia qualitativamente (anziani > giovani, presenza maschile < a quella femminile, svuotamento dei centri abitati, perdita dell’identità storica, culturale e tradizionale) forse al massimo potrà avere la dignità istituzionale di una provincia, se ancora dovessero rimanere in vita.
Ciò che per davvero sconcerta è la non consapevolezza da parte di chi ci governa della conoscenza del futuro di questa regione e quindi della incapacità di provare almeno a mettere in campo qualche azione che tenda a frenare questo sciagurato destino.
Potenza, 10/02/’11 Aldo Michele RADICE
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