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  • BARRA DI NAVIGAZIONE

    Il gioco dei due cantoni

    La vicenda di Des Dorides ha assunto esattamente il canovaccio immaginato al tempo della sua nomina: “Si lascerà a Des Dorides solo il tempo della fuga.” (ndr del 9/7/11 Controsenso)

    Si ragionava su quella nomina come un atto condivisibile, in cui competenza e capacità professionale venissero messe in campo in un ambiente (l’Ospedale San Carlo) eccessivamente politicizzato, che ne hanno invece nel tempo mortificato le qualità e la credibilità ospedaliera.

    Si auspicava pertanto un analogo ragionamento a seguire su tutti gli altri Enti sub regionali, che ancora attendono il rinnovo dei vertici (SEL, Acquedotto Lucano, Consorzi di Bonifica, ecc. ecc.), eccezion fatta per l’ARBEA, dove ancora una volta si è assistito ad un balletto in cui si ruota, ma i personaggi sono sempre gli stessi.

    Nella richiamata nota ribadivo inoltre: “Se conosco bene uomini ed atteggiamenti del centro sinistra lucano, ciò non avrà modo di verificarsi e si tornerà ad una spartitoria degli incarichi, …..

    L’elemento per davvero stridente è che mentre queste nomine tardano ancora a venire, forse perché riguardanti le altre forze politiche, la nomina della sostituzione del D.G. Des Dorides è avvenuta con una rapidità folgorante, come se ci si fosse liberati di un fastidiosissimo ingombro.

    Allora c’è da chiedersi che quella nomina non fosse poi una scelta basata unicamente sull’alta professionalità del personaggio, ma anche in quella circostanza si rispondeva ad un obbligo politico, guarda caso sempre del PD.

    Nessuno poi si è accorto di queste alte qualità professionali, anzi in alcuni reparti ospedalieri c’è stata un’ulteriore regressione.

    Altro elemento sconcertante è che una sostituzione ne abbia comportato due e quindi ci si chiede come mai una nomina avvenuta appena pochi mesi fa all’Azienda Sanitaria di Matera venga spostata al San Carlo di Potenza ed il rientrante Rocco Maglietta viene da Potenza inviato a Matera.

    L’unico dato positivo è che i due potranno scambiarsi utili consigli sulla Basentana.

    Ma siccome in questa regione, con questa classe politica, nulla succede per caso, aspetteremo pazientemente e con grande interesse quanto questo incrocio provocherà negli assetti politici e non.

     

     

    Si restituiscano le carte carburanti

    I petrolieri pagano il pieno ai lucani. Un bonus di 100 euro in cambio di pozzi e trivelle in Val d’Agri. Altro che il pieno al self service notturno, dove se va bene risparmi un paio di euro. Altro che i distributori low cost dove la differenza si sente di più, ma c’è sempre la fila e sono pure fuori mano. Chi vuol salvarsi dal caro benzina dovrebbe trasferirsi a Potenza, a Matera, al limite a Maratea. Insomma in Lucania Saudita.

    E’ quanto riportato dal Corriere della Sera di martedì scorso 13 marzo. Siamo praticamente trattati come dei nababbi, ma forse non abbiamo neppure la dignità di straccioni o di pezzenti allegri.

    Potevamo aspettarci di meglio? Assolutamente no. Niente di più falso viene raccontato perché chi giunge in Basilicata da altre regioni può ben vedere che il costo dei carburanti è più alto. Sono i lucani, quelli di frontiera, che si recano nelle regioni limitrofe a fare il pieno per risparmiare.

    Ma forse è giusto che ci trattino come dei poveracci, accontentandosi di briciole fatte passare come una grande conquista. “Proprio in questi giorni, continua l’articolo del Corsera, gli abitanti della Basilicata hanno cominciato ad utilizzare il bonus carburanti, una specie di bancomat ricaricabile, che regala 100,70 euro di benzina o di gasolio l’anno. Basta essere residenti nella regione ed avere la patente. Non ci sono differenze fra ricchi e poveri……….

    Che umiliazione per una regione che contribuisce per circa il 10% alle estrazioni petrolifere italiane e per altrettanto contribuirà entro il 2015.

    Ci si è accontentati di una percentuale di royalties, che unanimemente è ritenuta una pacca sulle spalle, e ci si è affidati da circa un anno alla sottoscrizione di un memorandum, che è pieno solo di buone intenzioni, ma che non vede concretizzarsi alcunché.

    Per tutta risposta invece, facendo gridare al grande successo tutti i parlamentari lucani, nessuno escluso, ci si è battuti e si è ottenuta la elargizione, per i bonaccioni lucani, di un bonus carburanti di circa 100 euro, ripeto, l’anno.

    Lo stato di bisogno, che la gente in questi ultimi tempi vive, ha fatto sì che i più, 220 mila persone, si sottoponessero a lunghe, lunghissime file presso gli uffici postali, per poter prima richiedere e poi attivare la bonus card.

    Ma il trattamento riservato sulla stampa nazionale, non certamente rivolto per ringraziare una regione povera, ma dignitosa da sempre, che sostiene con le proprie risorse naturali ed estrattive abbondantemente il sistema Italia, dovrebbe spingere tutti quelli che ne hanno fatto richiesta, in un moto di ritrovato orgoglio, la restituzione di questa carta carburanti.

    In questo concordiamo con il Presidente De Filippo, che dissente dall’attuale utilizzo dei fondi messi a disposizione, ma non capiamo perché ora e non ne ha fatto una battaglia di principio e soprattutto di sostanza ieri. Dilapidare 32 milioni di euro annuali per distribuirli su un’altissima platea di utenti, che non vedono risolvere i propri problemi economici, è quanto di più demenziale si sia potuto immaginare e perseguire.

    Bisogna rinegoziare la vicenda e pretendere invece che la Regione Basilicata utilizzi queste risorse per fini più produttivi (es. aiuti agli investimenti per i giovani, alle aziende agricole colpite da calamità naturali, alla tutela del territorio, alla realizzazione di infrastrutture viarie, ecc. ecc.) o più nobili (es. aiuti alle persone o famiglie indigenti, ai disabili, ai servizi alle persone, ecc. ecc. ecc.).

    Occupazione e lavoro queste sono le priorità di questa regione e allora Presidente De Filippo svegliati per tempo un’altra volta.

     

     

    Tra questioni serie e pettegolezzi giornalistici

     Oramai i valori sono tutti saltati e pur di soddisfare la bramosia dilagante si pongono alla berlina le persone, ritenendo di fare una corretta informazione. Mi riferisco all’articolo di qualche giorno fa sulla Gazzetta del Mezzogiorno di Basilicata in cui si pubblicavano i redditi dei dirigenti regionali, tra cui anche quello del sottoscritto già in pensione da due anni. Ci si sente come se si fosse rubato qualcosa a qualcuno e che il lavoro svolto non meritasse di essere retribuito come e forse meno di tanti altri dirigenti, che diversamente non vedono pubblicati i propri redditi.

    Siamo cresciuti con l’idea, ed è esattamente quello che i tutti i genitori hanno fatto e fanno per i propri figli, che nella vita bisogna progredire socialmente, economicamente, culturalmente e professionalmente. Queste sono state le ragioni di tanti sacrifici prima ancora dei nostri genitori per farci studiare e poi nostri per affermarsi in modo legale e trasparente nella vita sociale e professionale. Si è stati retribuiti per quelli che sono stati i contratti nazionali in merito, validi da Trento a Trapani, versando all’erario dello Stato tutto quello che la legge prevede in termini di tributi.

    E allora perché questa caccia alle streghe e questo voler mettere alla berlina i dirigenti regionali, come se avessero percepito milioni e milioni di euro? Sicuramente non possono essere queste le notizie per criminalizzare le persone, che vengono retribuite per il proprio lavoro, secondo le conquiste civili e sindacali di anni e anni e di battaglie contrattuali. Sono gli stessi percorsi di tante e tante altre categorie lavorative, per le quali non si vedono pubblicati i propri redditi.

    Quali possono essere le ragioni di conoscere i redditi dei dirigenti pubblici se non quelle di soddisfare una bramosia che sfocia nel pettegolezzo. Notizie per altro parziali e quindi anche forvianti rispetto ad un quadro complessivo e più veritiero di ogni singola situazione reddituale.

    Mentre non vengono mai pubblicizzati i redditi dei giornalisti, dei notai, degli avvocati, dei medici, dei dentisti, dei professori universitari, dei dirigenti privati, ecc. ecc, ritenendo che è giusto che ciò non avvenga perché, se da un verso anche il fornire i propri dati anagrafici costituisce circostanza che attiene alla privacy, non si comprende come rendere pubblici i redditi altrui può avvenire con tanta e troppa semplicità, potendo questa circostanza compromettere la tranquillità e la sicurezza delle persone.

    E perché poi adempiere ad un tale rituale se tutti sono obbligati alla presentazione della dichiarazione dei redditi?

    Questo è il vero ed unico adempimento civile e significativo da assolvere, al quale i dipendenti pubblici non possono in alcun modo sottrarsi.

    Se poi il tema è quello che attraverso la pubblicazione dei redditi si possono individuare situazioni, diciamo così, poco chiare, allora bisogna sottolineare che allo stato attuale non risulta un solo caso che ciò abbia avuto modo di verificarsi. Sono ben altri gli strumenti che devono e vengono adottati e che risultano essere più efficaci per debellare il malcostume e la corruzione.

    Se poi si voglio accomunare i redditi dei dirigenti a quelli di chi ricopre incarichi politici, che per obbligo di legge sono tenuti alla pubblicazione, è quanto di più sbagliato, perché si confonde la retribuzione da lavoro con la indennità di carica limitata alla temporaneità dell’incarico. Anche in questa circostanza è, a mio avviso, errato rendere pubblico la parte che riguarda il reddito derivante da attività private, perché andrebbe reso pubblico solo ed unicamente quanto l’amministrazione pubblica esborsa per l’esercizio dell’incarico politico, proprio perché per la parte privata vi sono altri obblighi previsti per legge, mantenendo, come giusto che sia, la riservatezza per questioni di privacy e di sicurezza, ma mantenendo intatto un principio di par condicio tra chi sa o vuol sapere degli altri e nulla si sa del proprio.

     

     

    Radice: La grave situazione agricola lucana

          Se mai vi fosse stato bisogno di ulteriori prove circa lo stato di salute della regione Basilicata, i dati recenti sul censimento dell’agricoltura lo dimostrano ulteriormente. Essi sono perfettamente in linea con quanto già riportato nei dati sulla situazione demografica, anzi per altri versi sono ancor più allarmanti perché incidono in modo determinante su quello che è sempre stato il settore economico più significativo e pertanto trainante della regione.
    I dati, che si riportano nelle successive tabelle, riguardano quelli provvisori dell’ultimo censimento sull’agricoltura raffrontati con quelli del 2000. Pur provvisori e quindi adeguabili nella stesura finale, i dati riportati sono comunque rappresentativi nella loro macroscopicità.
    Come si può rilevare dalla Tab.1 le aziende agricole in Basilicata passano da 76.034 del 2000 alle attuali 49.955, ossia una riduzione di oltre 26 mila aziende, pari al 34,3%.
    Di conseguenza anche la superficie agricola utilizzata (SAU) si contrae di oltre 64 mila ettari, pari a -12,5%.
    L’unico dato positivo rilevabile è la dimensione media aziendale che si accresce allineandosi quasi alle regioni del centro e del nord-est (Tab.2). E’ un dato quest’ultimo che alle aziende attive consente o può consentire la importante riduzione dei costi di produzione.
    Ma vediamo come la superficie agricola utilizzata (SAU) si ripartisce tra le colture massimamente praticate nella regione (Tab.3). E’ consequenziale che tutte le colture produttive agricole si riducano fortemente tanto in termini di numero di aziende quanto in superficie utilizzata, perdendo circa 17 mila ettari di seminativi, 4 mila di frutteti, 3 mila di vigneti e via così dicendo.
    Come si può ben vedere tutto si è contratto rispetto alla complessività delle colture agrarie e lo stesso si è verificato per le aziende zootecniche (Tab.4).
    Le 20.141 aziende presenti nel censimento 2000 si riducono attualmente a solo 5.746, ben 14.395 aziende zootecniche, ossia circa il 72% in meno.
    Chi subisce una fortissima contrazione sono gli allevamenti ovi-caprini con una riduzione elevatissima di numero di capi, oltre 110 mila unità.
    Anche qui l’unica circostanza positiva è data dall’incremento medio aziendale dei capi (Tab.5).
    Ciò che i dati però non rilevano, ma è facilmente intuibile, è la stretta correlazione tra le attività zootecniche e territorio, ossia sono le attività zootecniche massimamente praticate nelle aree collinari e montane (ovi-caprine) che si spengono definitivamente senza la sostituzione con altre significative ed alternative produzioni agricole. La conseguenza è che si chiudono le attività e si desertifica il territorio con tutto ciò che questo comporta in termini fisici, produttivi, economici, umani e sociali: frane, incendi, inondazioni, perdita d’attività e di produzioni, d’identità, di cultura, di tradizioni, ecc., ecc.
    Quanto detto è facilmente dimostrabile, come si è già visto, dalla contrazione complessiva delle produzioni agricole, ma ancor di più dalla riduzione dell’impiego complessivo della manodopera agricola (Tab.6). In dieci anni vi è stata una contrazione di addetti in agricoltura di oltre 65 mila unità. Di quella impiegata poi l’80% rimane tuttora manodopera fornita dal semplice conduttore, al massimo coadiuvato da quella familiare, e solo per il 20% si fa ricorso a quella esterna.
    Inoltre, si riduce drasticamente non solo la manodopera, ma anche le giornate lavorative impegnate di ben oltre 275 mila, pari a -28,5%.
    L’ultima tabella (Tab.7) è ancora più emblematica perché fornisce alcune indicazioni significative che riguardano gli addetti distribuiti tra maschi e femmine, le giornate medie lavorative, l’età media ed il titolo di studio dei conduttori agricoli.
    Oltre il 78% di quest’ultimi non supera le 100 giornate lavorative annue, ma ancor di più è significativo il dato che riguarda l’età dei conduttori, ossia quelli che superano i 60 anni e ben oltre sono il 47% contro appena il 10% dei conduttori giovani (quelli di età fino a 40 anni).


    Quindi il ricambio generazionale è bassissimo e pertanto le prospettive future sono di una ulteriore e drastica riduzione delle aziende agricole, degli addetti al settore e del peso economico del comparto agricolo.
    Altro dato significativo è costituito dal grado di scolarizzazione dei conduttori, per i quali solo il 27,5% ha un titolo di studio superiore (diploma e laurea), la restante parte ha un basso titolo di studio (media inferiore 29%, elementare 35%, nessun titolo 8%).
    Ed infine la distribuzione degli addetti tra maschi e femmine è ancora in forte appannaggio dei primi nel rapporto di circa 2 a 1, anche se il peso delle donne tende proporzionalmente ad accrescere seppure in una contrazione complessiva degli addetti.
    Allora è del tutto evidente, che rispetto ad una situazione così catastrofica, occorre mettere in campo ed anche celermente misure adeguate e mirate, non avendo quelle avviate, attraverso i fondi comunitari di quest’ultimo decennio, minimamente inciso sui fenomeni degenerativi.
    Evidentemente bisogna immaginare altro, ma di questo ci occuperemo in un prossimo approfondimento, avendo con questo articolo voluto dare solo uno spaccato conoscitivo, seppur sintetico, della grave situazione in cui versa questa regione.

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