L’Italia tra memoria, conflitto e progetto
«Lo scorso anno – dichiara il Presidente dell’Eurispes, Prof. Gian Maria Fara – fummo i soli a sostenere che la crisi finanziaria non avrebbe inferto colpi irreparabili all’economia italiana e che sarebbe stata di breve durata. Così, mentre molti economisti prevedevano sventure, noi vedevamo possibile una sia pur lieve ripresa già a partire dalla fine del 2009. I fatti dimostrano che le nostre analisi erano corrette e libere da pregiudizi politici.
Bastava voler guardare la realtà delle cose per capire che le peculiarità strutturali del nostro sistema finanziario ed economico, nel bene e nel male, ci avrebbero tenuto ai margini della tempesta che si stava abbattendo sugli Stati Uniti, sul Regno Unito e su una parte dell’Europa.
Il risparmio e la forte capitalizzazione delle famiglie, la tradizionale riluttanza delle banche alla erogazione del credito, un sistema bancario composto anche, e per fortuna, da piccoli istituti fortemente legati al territorio e poco avvezzo alla proiezione internazionale, un sommerso che il nostro Istituto valuta in circa il 35% del Pil ufficiale, e tanto altro ancora, hanno svolto, come noi stimavamo, la funzione di ammortizzatore della crisi. Naturalmente – prosegue il Presidente dell’Eurispes – eravamo consapevoli che il nostro sistema avrebbe subìto comunque dei danni giacché nel tempo della finanza globale il default di pezzi interi del sistema finanziario anglo-americano non poteva non produrre ricadute anche nel nostro Paese. La più grave è stata probabilmente la stretta creditizia attuata da molte banche con la conseguente chiusura di numerose piccole imprese e attività professionali e commerciali e con la perdita di un consistente numero di posti di lavoro.
Noi avvertivamo però il rischio che l’attenzione del Paese potesse essere distolta, con la paura di un crollo dell’economia, dalle vere cause del malessere italiano e perciò fosse ulteriormente prorogata la cosiddetta fase di transizione nella quale la Repubblica è impantanata da quasi vent’anni.
È infatti questo il tempo che è trascorso dal crollo della Prima Repubblica ad oggi. È un tempo insopportabilmente lungo giacché adesso i ragazzi che avevano venti anni sono diventati quarantenni e magari sono anche precari, mentre chi allora aveva quarant’anni è ormai sulla soglia della pensione.
Nel frattempo – prosegue il Presidente dell’Eurispes –, è diventato chiaro che il modello di sviluppo elaborato dalla classe dirigente nel dopoguerra si era praticamente esaurito dopo aver trasformato un paese agricolo in una delle prime dieci potenze economiche. Quel modello era basato su un diffuso reticolo di imprese manifatturiere che trasformavano materie prime importate. Un compito che oggi assolvono, nel quadro di una economia globalizzata, giganti come la Cina e l’India a costi molto più bassi.
La fine di quel modello di sviluppo coincise con la fine di una classe dirigente che, con poche eccezioni, non aveva saputo comprendere, interpretare e governare i cambiamenti.
Il fatto è che da allora l’Italia è una sorta di cantiere aperto che non si riesce a chiudere perché nessuno ha le idee chiare su che cosa si deve costruire.
Un cantiere popolato da una moltitudine di litigiosi aspiranti architetti che non riescono a mettersi d’accordo perché, in definitiva, non hanno nessun vero interesse a che i lavori partano e si concludano. Questi infatti sono i figli e i padroni della transizione infinita interessati, più che alla prospettiva, al mantenimento dello statu quo. Il rischio è che, come nella legge del pendolo, si passi dal pessimismo cupo dei primi mesi del 2009 ad una sconsiderata e superficiale euforia da scampato pericolo. Occorre invece far tesoro del vantaggio, anche immeritato, che ci è stato concesso dal non essere stati travolti, come si temeva, dalla crisi per ragionare sul vero stato del Paese, elaborare un censimento dei bisogni e delle possibilità e lavorare senza sosta per chiudere la transizione. Soprattutto considerando che mantenere il cantiere aperto comporta un costo altissimo per la nostra economia ed un rischio per la tenuta stessa della democrazia.
Non abbiamo timore di essere accusati di eccessivo allarmismo, ma dal nostro osservatorio cogliamo segnali preoccupanti di disagio, di distacco, quando non di ostilità nei confronti delle Istituzioni che aspiranti capipopolo vorrebbero cavalcare.
Ma, intanto – conclude Fara – proprio la mancanza di un progetto segna pesantemente il presente, mortifica le attese degli italiani e impedisce di immaginare e costruire il futuro».
Proprio per segnalare la mancanza di un progetto, il Prof. Fara denuncia il fatto che il Ministero per i Beni e le Attività Culturali ogni anno non riesca a spendere circa la metà della propria dotazione, come emerge dai dati contenuti nel Rapporto di quest’anno: «Da più parti si segnala l’assenza di risorse adeguate per la ricostruzione del centro storico de L’Aquila. Che cosa aspetta il Ministero ad utilizzare lo strumento giuridicamente previsto della rimodulazione della spesa e a destinare una percentuale anche minima (5%-10%) alla ricostruzione della città ? In una logica di proiezione triennale si renderebbero disponibili tra i 70 e 150 milioni di euro che darebbero un forte stimolo alla ripresa economica e sociale.
Tutto ciò crea una distanza e una frattura tra la politica e il Paese reale. A testimonianza di questo distacco, i dati emersi dalla rilevazione del grado di fiducia nelle Istituzioni ha evidenziato una tenuta delle Istituzioni di garanzia, come quella del Presidente della Repubblica, della magistratura e delle Forze dell’ordine, e una marcata distanza tra i cittadini i partiti e il sindacato».
Queste, alcune delle indicazioni che emergono dal Rapporto Italia 2010. Il Rapporto, alla sua 22a edizione, è stato costruito, per scelta metodologica, attorno a sei dicotomie, illustrate attraverso altrettanti saggi accompagnati da sessanta schede fenomenologiche. Vengono affrontati quindi, attraverso una lettura duale della realtà , temi che l’Istituto ritiene rappresentativi, anche se non esaustivi, della attualità politica, economica e sociale del nostro Paese.
Le dicotomie tematiche individuate per il Rapporto Italia 2010 sono: Crescita/Declino • Pubblico/Privato • Inclusione/Esclusione •  Rischio/Sicurezza • Tradizione/Tendenza • Spirito/Materia
L’indagine condotta quest’anno ha toccato le tematiche e i fenomeni correlati a ciascuna delle sezioni che compongono il Rapporto i quali hanno stimolato nel corso degli ultimi mesi, e non solo, il dibattito e l’interesse dell’opinione pubblica. In particolare, hanno partecipato e contribuito a delineare il quadro degli orientamenti presenti nella compagine della nostra società ben 1.191 cittadini che tra il 21 dicembre 2009 e l’11 gennaio 2010 hanno dato risposta alle domande dei ricercatori dell’Eurispes presenti su tutto il territorio.
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